A scuola a 2 anni

Negli Stati Uniti è boom di scuole destinate a bambini di soli 2 anni. Per insegnar loro a leggere e scrivere. Affinché possano entrare di diritto, ancora infanti, nelle migliori scuole e università del Paese.

di Alessia Altavilla

La scuola è terminata. I bimbi sono in vacanza. I compiti delle vacanze ancora lontani.
Il capitolo scolastico dovrebbe essere archiviato. E, invece, la scorsa settimana leggiamo una notizia che ci lascia perplessi: negli Stati Uniti è boom di scuole destinate a bambini di 24 mesi ai quali, ancora prima che imparino a stare dritti sulle loro gambe, viene insegnato a leggere, scrivere, fare di conto… Bambini che conoscono le tabelline e i nomi dei presidenti americani a memoria prima ancora di imparare a pronunciare la parola “mamma” correttamente.


Il motivo? A quanto pare, questi giovanissimi studiosi sono stati destinati dai loro genitori alle migliori scuole del Paese, per accedere alle quali è necessario, anche a un’età anagrafica non consona, dimostrare di avere delle competenze didattiche specifiche e delle conoscenze approfondite in diversi campi del sapere umano. Via, quindi, a scuole ad hoc per formare, ancora in fasce, questi futuri uomini e donne in carriera.

Nell’articolo, che mantiene comunque una posizione abbastanza critica in merito, questi bimbi alfabetizzati vengono definiti geni. Piccoli geni.

Noi preferiamo chiamarli piccole vittime. Perché di geniale in tutto questo c’è davvero ben poco.
DA MISS LITTLE SUNSHINE AL SOGNO DI MOZART

In America questa tendenza a voler trattare i bambini come piccoli adulti, rendendoli competitivi a due anni, vanitosi a tre (e solo perché a 2 indossano ancora il pannolino e non riuscirebbero, con tutta la buona volontà del mondo, a camminare sui tacchi), annoiati a quattro, esiste e impera.
I genitori, non tutti, ma troppi, scaricano le loro frustrazioni, i loro sogni infranti, su questi figli volendoli trasformare, senza minimamente tener conto di quelle che sono le loro esigenze, in reginette di bellezza (se il corpo conta più della mente) o in Einstein in miniatura (laddove il sapere surclassa l’apparire).
Si potrebbero classificare questi genitori anche socialmente (i primi appartengono, di solito, a una classe operaia di provincia, che vive del proprio lavoro e, spesso, fatica ad arrivare a fine mese. I secondi, invece, sono quella che un tempo sarebbe stata definita l’alta borghesia, madre e padre laureati, spesso professionisti affermati, con molti soldi a disposizione e la tendenza a voler dare ai propri figli ogni opportunità per emergere).
Ecco, dunque, che a New York salgano considerevolmente queste scuole destinate a baby studenti, esclusive, molto care e decisamente poco “umane”.
I GENI STANNO DA UN’ALTRA PARTE

Non condividiamo affatto l’utilizzo della parola geni per definire questi bambini. I geni, e si contano sulla dita di una mano, sono esseri umani mossi da una pulsione più grande di loro, incontrollabile. Picasso dipingeva a sette anni senza che nessuno lo avesse spinto a farlo. E dipingeva capolavori.
Questi bimbi, invece, vengono obbligati a rivestire un ruolo che non appartiene loro. A 2 anni un bambino è una spugna. Assorbe qualsiasi nozione gli venga fornita in pasto. Ciò non lo rende un genio. Un bambino che conosce tutte le tabelline a memoria a quell’età non è necessariamente più intelligente di un altro che gioca con le bambole o si fa leggere i libri di fiabe prima di andare a dormire.
Gli esperti, anzi, a questo proposito, mettono in guardia: la creatività, per emergere in età adulta, ha bisogno di un substrato di esperienze, spesso fantastiche, fatte nell’arco di tutta la vita. Obbligare un bambino di due anni a rimanere per ore chiuso in casa a studiare può rivelarsi controproducente in questo senso in quanto gli toglie la possibilità di vivere la vita vera, sperimentando sulla propria pelle, scoprendo il bello e il brutto delle cose, soffrendo e gioendo di sensazioni negative o positive che potrebbero, poi, in futuro essere riversate, in modo costruttivo, nel mondo del suo lavoro.
Inoltre, un bimbi di 2 anni non dovrebbe conoscere il senso della parola competitività. A 2 anni, e poi a 3, a 4, a 5…, è necessario, al contrario, farsi le ossa (quindi, imparare emotivamente a difendersi) per quando sarà necessario davvero essere competitivi. Per imparare a trionfare in modo corretto e a rialzarsi quando si perde.
Sistemi di questo tipo (e speriamo che la tendenza non arriva al di qua dell’Oceano) possono dar vita a generazioni di psicotici, adulti incapaci di vivere, concentrati solo nelle loro frustrazioni.

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