Articoli di gennaio, 2009
Scritto da Francesca – Fino alla Pimpa
Oggi sei venuto a vedere dove lavorano la mamma e il papà.
Eravamo emozionati almeno quanto te e quando ti ho visto arrivare, camminando per mano alla nonna, devo avere fatto un sorriso grande come una pizza extra extra large.
Mi si è illuminata tutta la faccia. Prima siamo stati a vedere l’ufficio del papà e tu hai giocato con il computer e con gli ausili che il papà utilizza per permettere anche ai ragazzi disabili di giocare.
Poi siamo stati in giro per i centri, per incontrare i “nostri ragazzi”. Avevano molta voglia di conoscerti e lo hanno dimostrato con un sacco di bellissimi sorrisi.
Anche tu sei stato molto bravo con loro, ti sei avvicinato incuriosito e spontaneo alle loro carrozzine e hai giocato con quelli che ti sono sembrati i più simpatici.
Hai guardato dritto in faccia tutte le persone che oggi ti hanno parlato, hai salutato con le mani ogni volta che hai lasciato una stanza, hai percorso lunghi corridoi e aperto nuove porte senza fartene intimorire. Hai osservato
con il nasino all’insù questo mondo “immerso” e misterioso, fatto di un forte impatto di dolore ma anche (soprattutto) di una grande energia residua.
Anche in mensa ti sei comportato da vero ometto e hai mangiato bene e senza troppe distrazioni.
Noi probabilmente eravamo abbagliati da te e rispondevamo con ebeti sorrisi a tutti quelli che ci hanno fatto i complimenti per la tua “incredibile bellezza”.
Ti guardavo, in mezzo a questi preziosi ragazzi con cui condivido gran parte del mio tempo, e provavo a immaginarti da grande: cosa farai? Dove andrai? Come sarai capace di rapportarti con chi è più fragile e meno fortunato di te? Ho pensato (sperato) che non farai l’imprenditore, il politico, il papa, il direttore del personale di una grande azienda.
Ho pensato (sperato) che magari farai l’educatore, il ballerino, lo sportivo, l’attore di teatro, il missionario.
Ho capito che, quasi sicuramente, sarai qualcosa di molto altro ancora. Come è giusto che sia.
Ma il cuore, Tommaso … il cuore, amore mio … quello tienilo alto, integro, puro e leggero, il più a lungo possibile.
Mamma
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Scritto da Monica
Fiocca, fuori. Ma anche in casa si respira un aria ovattata.
Il papá di Samuel ha lavorato di notte, deve dormire.
Ma per Samuel, é la prima volta, fino a due giorni fa, la vita scorreva con ritmi standard.
E cosí stamattina, tante raccomandazioni: gioca ma senza fare rumore, non saltare e non gridare, mi raccomando. Noi abbiamo dormito stanotte, il tuo papá invece lavorava.
E cosí, a mezza mattinata, Samuel corre verso il bagno ma si ferma prima nella stanza dove mi trovo: “mamma devo fare la pipí, mi scappa la pipí!”.
“Vai tesoro, vai”.
“Grazie mamma”.
Ancora non é uscito dalla porta che fa di nuovo capolino: ” ti voglio tanto bene mamma”.
Sorrido e dentro gorgoglio di gioia.
Adesso va davvero. E quando ha finito, torna, con i pantaloni ancora abbassati mi chiede sottovoce “mamma, posso tirare l’acqua?”.
“Ma certo amore”.
Sottovoce “grazie mamma!”.
Eccolo di nuovo, per farsi vestire.
Questa volta non gli dico che può fare da solo. Gli accarezzo le gambe mentre lo vesto e me lo stringo forte addosso, baciandolo sui capelli.
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Scritto da Silvia Sacchetti – Mamma imperfetta

Questo è il mese dei test di gravidanza.
Sia Matteo che Niccolò sono arrivati alla nostra consapevolezza tra la metà di settembre e la metà di ottobre.
Attorno ai test di gravidanza c’è sempre una storia intensa: nessun oggetto restituisce tante emozioni nel giro di 120 secondi.
Matteo
Lo cercavamo solo da un mese, per cui ho fatto il test più per gioco che per supposizione. È il 36° giorno del ciclo, mi sento strana.
Faccio un test ma non si colora. Negativo. Suggestione, mi dico.
Passano altri 4 giorni e non succede nulla.
Entro di nuovo in quella farmacia: un test di gravidanza, per favore. Sussurro e mi sento avvampare.
Non so perchè ma mi vergogno. Per il primo test sono rimasta mezzora lì davanti, prima di decidermi a posare il piede sul gradino della farmacia.
Torno a casa con il cuore in burrasca.
Simone è al telefono e io sguscio in bagno, come una ladra.
Leggo le istruzioni e ci piscio sopra.
Interminabili minuti e poi….zac, una linea rosa fa capolino accanto a quella di conferma.
Esco dal bagno. Simone è ancora al telefono.
Non sto più nella pelle.
Avevo sempre immaginato di dirglielo in un modo un po’ speciale, ma non resisto un secondo di più.
Ed è gioia pura.
Niccolò
Lui era nei nostri tentativi da due mesi. Monitoravo i picchi ormonali con gli stick Persona, e usavo lo stesso stick come test di gravidanza precoce.
Come da manuale, poco prima del picco la destra dello stick Persona si tinge di blu. Ma questo blu poi non se ne va mai. E così mi convinco che sia fallato.
Al 28° giorno faccio un test: negativo.
Lo rimetto nella scatola, infilo tutto nella borsa e vado in ufficio.
Faccio per buttarlo e con sorpresa vedo che si è positivizzato. Leggo le istruzioni: tutto ciò che comparirà dopo i primi 10 minuti non è attendibile.
Bene. Lo butto a cuore leggero.
La mattina dopo mi alzo all’alba. Matteo è malatissimo con febbre a 40 e io ho una convention a tre ore di auto.
Prima di partire rifaccio un test: positivo.
Non dico niente a nessuno.
Stavolta dev’essere come ho sempre sognato.
Alla convention relaziono con la testa in centrifuga.
Nessuno sa niente. Siamo già in due.
Contrariamente al mio solito, il viaggio di ritorno l’ho affrontato con il piedino leggero-leggero sull’acceleratore. E con la testa altrettanto leggera. La nostra vita stava nuovamente virando.
Al rientro chiedo a Simone di uscire a cena. Voglio andare nello stesso ristorante che ha segnato tutte le tappe del nostro rapporto.
No, ma sei stanca, usciamo domani sera. No, voglio uscire stasera. Ma c’è anche Matteo malato. Non importa, non morirà.
Ho preso il test, l’ho sistemato con cura in una scatolina e l’ho coperto con un biglietto che diceva: “il nostro viaggio è cominciato”.
Il suo volto davanti a quella scatola è qualcosa che custodirò per sempre, ovunque ci trascinerà la vita con le sue bizzarre circostanze.
Ci sono momenti che sono deposti con attenzione nel forziere del senso della vita e lì resteranno per sempre.
Sono attimi intraducibili.
Mentre scrivo i battiti aumentano. Emozioni ancora fisiche.
Sono passati 5 anni dal primo e 3 anni dal secondo ma il graffio di quei momenti è ancora fresco e spero davvero che non cicatrizzi mai.
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Scritto da Silvia Sacchetti – Mamma imperfetta
Ieri ero alla materna da mio figlio e una mamma mi ha confidato di aspettare il secondo.
Non lo sa ancora nessuno, perché, fino al risultato dell’amniocentesi è scaramantica.
E fin qui niente di strano.
Non fosse per il fatto che il primo è arrivato dopo anni e questo è arrivato senza cure e, soprattutto, a 42 anni.
Mentre stavamo parlando è arrivata al parco un’amica comune che le ha detto: “parla, parla con lei che ti fa venir voglia di panciona!”. Mi spiegava, infatti, che lei non ama la gravidanza.
Che, indipendentemente dal fatto che vada bene o sia faticosa, è una fase della vita per lei faticosa perché non le piace vedersi ingrossare, non si sente a suo agio e non vede l’ora di partorire.
Io che, al contrario, adoro la pancia e vivrei sempre incinta la ascoltavo curiosa perché per me è un mistero come non si possa amare una pancia che contiene un essere umano, il “tuo” essere umano.
Poi passiamo all’allattamento. “Sei pronta?” le chiedo.
E lei mi racconta che ha allattato il suo primo figlio fino a tre anni.
L’ha definito un “comportamento morboso”, dice che il secondo lo allatterà fino all’anno e poi smetterà, ma i suoi occhi mi dicevano il contrario. Son pronta a scommetterci.
Io le ho raccontato che li ho allattati al seno ma che l’ho fatto solo ed esclusivamente per loro, perché a me l’allattamento non ha mai trasmesso grosse emozioni (tranne la prima “poppata” in sala parto).
E lei mi ascoltava curiosa, come ho fatto io sulla gravidanza.
Tornando a casa riflettevo su come non ci sia al mondo niente di meno sindacabile della maternità e di tutto quello che la concerne. Perché una madre è sempre una madre.
Per me una donna che non ama la gravidanza è un’aliena. Per lei lo è una madre che non ama l’allattamento.
Per me lei è un’aliena, per lei lo sono io. Ma abbiamo chiacchierato quasi tre ore ininterrottamente, riso, ricordato, raccontato.
Con quel chiacchiericcio che solo le madri, aliene o no, conoscono e amano. Quel chiacchiericcio che trasuda ricordi di test di gravidanza, racconti di travagli, di punti al perineo, di ragadi, di amore, di fatica, di nottate, quel chiacchiericcio che puzza di meconio e profuma di talco.
Due approcci diversi, opposti, ma una sola anima, quella che nasce insieme al desiderio del primo figlio e che sarà per sempre nostra.
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Scritto da Silvia Sacchetti – Mamma imperfetta
La mamma perfetta è quella che non conosce il baby blues perché “cosa c’è da deprimersi?”, la mamma perfetta ha figli che dormono, da quando sono nati, perché sono sereni, che non urla mai ma dialoga, non ordina mai ma invita, non ha mai alzato una mano per una pacca sul pannolone perché lo trova inconcepibile.
La mamma perfetta è quella che ha il figlio che cammina a 10 mesi perché è sveglio, che a 1 anno parla perché è stato stimolato, che a nemmeno due anni caga e piscia nel vasino.
La mamma perfetta è quella il cui figlio di 3 anni scrive e fa di conto, è quella che si attribuisce tutti i meriti delle naturali conquiste dei figli.
La mamma perfetta è quella che non ha mai desiderio di stare sola, senza figli, che se li porta anche al vernissage perché “o tutti o niente”.
La mamma perfetta spesso è stata una figlia perfetta. Quella che tutte le madri vorrebbero avere.
Ne conosco qualcuna .
A sentirla, mai un momento di sconforto. Mai un time out da impartire. Mai un urlo che sfugge.
La mamma perfetta lo è davvero o piuttosto ha fissato saldamente le estremità del suo cielo di cartone nel meraviglioso mondo di Thruman Show?
Io che madre sono? Felicemente imperfetta.
Imperfettissima.
Non perché sia lieta di scleare a giorni alterni o di avere la pazienza di una lucertola, ma perché ho imparato a riconoscere i miei tanti difetti e a farli amici, consapevole che, per i miei figli, nessuna madre sarebbe migliore di me.
Io sono una madre che naviga a vista, ogni tanto mollo i bimbi ai nonni ed esco a cena con Simone o vado a prendere un caffè da un’amica. Perché io posso essere la madre che sono solo se intorno mantengo i rapporti di amicizia che (per fortuna) scaldano la mia vita, vita che si spalma anche altrove.
La mamma perfetta spesso non ha amiche. O ha amiche perfette come lei.
Il che equivale a dire che è sola, perché sotto il cielo di Thruman…tutti recitano.
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Scritto da Silvia Sacchetti – Mamma imperfetta
Lasciati con il papà gli appestati di casa (uno oggetto di invasione simil varicellosa, altrimenti definita “esantema virale” e l’altro degno cugino della bambina dell’Esorcista) ho trascorso qualche ora con le mie due amiche di sempre, Francesca ed Elisabetta.
È incredibile come basti poco ad una madre-lavoratrice perennemente in corsa, per riappacificarsi con l’intero orbe terracqueo.
Un caffè, 2 biscottini, una sigaretta e tante parole, che spesso vertono e virano inevitabilmente sui 5 figli di cui siamo dotate, ma che in qualsiasi momento possono trascendere svezzamento e pannolini per orientarsi verso esigenze e bisogni di ognuna.
Poter affidare la propria vita a mani amiche è quanto di più prezioso si possa desiderare.
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Scritto da Silvia Sacchetti – Mamma imperfetta
Dopo il parto di Matteo ho avuto un baby blues durato 40 giorni. Ero felice ma piangevo.
Lo sapevo che l’avrei avuto. Lo sapevo da quando ero incinta. Aspettavo con ansia l’attimo della dimissione, l’abbandono delle mura ospedaliere, dell’attenzione urbi et orbi. Non avrei mai voluto tornarmene a casa. Se mi avessero trattenuto 10 giorni sarei stata felice.
E così venne quel momento.
Simone andò a prendere l’ovetto e io scoppiai a piangere, con il mio bimbo di 2,5 kg tra le braccia, guardavo fuori dalla finestra e piangevo, nella speranza che qualcuno entrasse e mi dicesse che mi avrebbero trattenuto. Ho smesso di piangere 40 giorni dopo.
Ma è stato un bel percorso (lo dico ora).
È stato un attraversare la vita di coppia per riemergere famiglia. È stato un cambiamento di status iniziato 9 mesi prima ma prepotentemente sfociato il 31 maggio, giorno della dimissione.
Non è stato un senso di inadeguatezza, non avevo paura di non farcela o di non essere all’altezza.
Avevo paura di quello che improvvisamente e con la violenza e poesia di un parto eravamo diventati: una famiglia.
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Scritto da The Italian Mom
Al nido di piccolo pargolo ci sono due mamme che nelle ultime settimane hanno partorito.
Entrambe al secondo figlio, entrambe subito in pista a pochi giorni dal parto per portare i figli grandi al nido e andarli a riprenderli personalmente, per non farli sentire trascurati in un momento tanto delicato come la nascita di un fratellino.
Notavo stamattina la differenza tra le 2, il diverso approccio e forse il diverso effetto che un parto ha su ognuna di noi.
La prima ha partorito circa 20 giorni fa e, sotto l’effetto benefico degli ormoni, sprizza gioia ed energia da ogni poro, nonostante un cesareo e la fatica che tutte noi conosciamo. Mi aspetto che crolli da un momento all’altro, sotto il peso dell’insonnia e della stanchezza che 9 mesi di gravidanza ti lasciano sulle spalle. So per certo che l’euforia dei primi giorni non è purtroppo duratura, principalmente per un fattore ormonale e poi anche perchè passata la novità del nuovo arrivo bisogna fare i conti con la realtà quotidiana, imprevedibile quando hai 2 o più figli e non puoi prevedere in anticipo reazioni e situazioni.
La seconda mamma invece mi assomiglia di più, la vedo con l’aria stanca di chi vorrebbe solo dormire, raccontare del parto, del ritorno a casa, ma senza troppo entusiasmo. Anche qui sono certa giocano un fattore decisivo gli ormoni, che in un caso e nell’altro influenzano l’umore delle neomamme.
Perchè quando si parla di gravidanza si omette spesso il post partum? Non intendo la depressione post partum, quella va diagnosticata e curata prima possibile, parlo del periodo del puerperio, che è un delicatissimo equilibrio e che ognuna di noi vive in un modo diverso.
Chi ci sta accanto deve capire la delicatezza della situazione, ma non sempre lo fa. E allora ecco incomprensioni, litigi coniugali e stress. Basterebbe spiegare a tutti che la gravidanza non dura solo i 9 mesi della gestazione, ma almeno 12, o anche 15, periodo entro il quale di solito la mamma si è resa conto di ciò che le è successo e riesce a riprendere in mano le redini della situazione.
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Scritto da The Italian Mom
Tutte le mattine, dopo aver portato a scuola il più grande e al nido il più piccolo, mi concedo un caffè-relax al bar vicino a casa.
Il bar è frequentato da tutti i tipi di impiegati/impiegate, essendo una zona ad alta densità di uffici, e spesso sento divertenti discorsi prelavoro. Stamattina due ragazze (hanno la mia età più o meno, ma le chiamo ragazze lo stesso) si scambiavano due chiacchiere prima di timbrare:
‘il mio piccolino ha iniziato a camminare’
‘ah, il mio è ancora ammalato, ogni settimana ne ha una!’
’si, anche il mio, non ne posso più!’
‘preferisco mille volte andare al lavoro che stare a casa con un bambino tutto il giorno, per fortuna c’è l’asilo!’
Finito il caffè me ne sono tornata a casa. Pensierosa. E’ vero, sono pensieri e discorsi che faccio molto spesso anche io, stare 24 ore su 24 insieme a un bambino è talvolta snervante, e le capisco totalmente, non le biasimo. Penso solo al modo in cui la mia generazione (e forse anche quelle successive) è stata educata: lavorare e studiare prima di tutto, figli e famiglia in coda.
E’ giusto così? Lo abbiamo scelto noi o lo hanno scelto le nostre mamme che hanno lottato per i diritti delle donne? per il diritto di lavorare fuori casa?
Non lo so, ho molte perplessità. Possibile che la società costruita intorno a noi non ci dia una possibilità di scelta? Il lavoro della donna, in una coppia con figli, è al 90% indispensabile per l’andamento della famiglia, non ci si può rinunciare. E mi chiedo: è giusto così? E’ giusto spendere centinaia di euro tra asili e babysitter per andare in un ufficio spesso squallido e portare avanti un lavoro a fatica, con i mille acrobatismi di cui solo le mamme sono capaci?
Solo di una cosa penso di essere certa. Che questo tipo di società ha le ore contate. In un modo o in un altro deve cambiare. Per liberare le schiave moderne, prigioniere di troppi ruoli che sono stati loro cuciti addosso da altri, come è sempre stato.
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Scritto da The Italian Mom
Stufa di rispondere alla domanda: “cosa fai di bello nella vita?” con il solito “la casalinga”, ho deciso di darmi un’etichetta più esplicativa, visto che in questo mondo se non hai almeno un biglietto da visita non sei nessuno, da oggi vi prego di rivolgervi a me con l’epiteto CC, ovvero cyber-casalinga
theitalianmom
cyber-casalinga
e per spiegarmi meglio, per coloro che immaginano la nostra categoria con bigodini in testa e cif ammoniacal in mano, riassumo alcune caratteristiche delle cc:
1 – non vendono prodotti amway o tupperware a casa, quindi se vi invitano a prendere un caffè, non temete;
2 – per intrattenersi al mattino, quando si occupano della casa, non guardano trasmissioni del tipo ‘cominciamo bene’ o ‘unomattina’, bensì bbc, france 24 e cnn;
3 – sul loro ipod non hanno ‘tutti i successi di gigi d’alessio’;
4 – non si affacciano al balcone per chiedere alla dirimpettaia che ammorbidente usa;
5 – il cambio degli armadi non è il loro primo pensiero al mattino e l’ultimo alla sera;
6 – non invitano gli ospiti a mettersi le pattine quando varcano la soglia di casa, solitamente la casa, in assenza dei pargoli, è un caos calmo;
7 – al cazzeggio al bar con altre casalinghe (non cyber), preferiscono di gran lunga navigare in rete, alla scoperta di cosa accade nel cyberspazio;
se vi riconoscete in questa nuova figura professionale, e avete qualche altra caratteristica da aggiungere, prego accomodatevi pure.
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