Articoli di gennaio, 2009

12th gen 2009, di admin, in: PER RIDERCI SU

Scritto da Rossana Manassero – In punta di Piedi

Oggi, la piccola amica è di nuovo tornata a casa con noi. Mi sembravano, già fin dal primo istante, leggermente più indiavolate della volta scorsa, ma la prova l’ho avuta solo quando -appena varcata la porta di casa- sono volate sul letto, sbraitando come adolescenti a un concerto, a saltare e rincorrersi. Ho tentato di sorvolare i primi minuti sulle loro urla, perché mi sembravano semplicemente desiderose di scaricarsi dopo una giornata all’asilo, ma quando hanno iniziato a fare un frastuono micidiale, ho dovuto placarle.
Mentre le stavo riportando in sala, ho proposto loro di disegnare o fare merenda. La piccola amica di Luna ha detto, in un bisbiglio tra sé e sé “Merenda! cazzarola, che fame!”.
Luna si è immediatamente fermata e mi ha guardato con l’aria grave di chi ha appena assistito a una cosa tremenda.

“Hai sentito cos’ha detto?” mi ha subito chiesto, con un filo di voce.
“Ha detto che ha fame, dai, andiamo a mangiare.”
“No, mamma, ha detto cazzarola…”
Subito l’altra: “Non è vero!”
Sì, l’hai detto. No! Sì. No! Sì. Basta! L’ha detto ma ora non lo dice più, d’accordo?

Silenzio.

Dopo un minuto, riprendono l’aria complice e una sussurra all’orecchio dell’altra: “Sai che stamattina Giada ha detto puzza?” (scoppiano a ridere)
Mi guardano, forse pensando che sia improvvisamente sorda, e ripetono tra le risate “puzzina, culino, puzzina, culino”.
“Che c’è da ridere? Vi piacciono le parole stupide?” dico.

Luna, a quel punto si alza con responsabilità, mi guarda di nuovo con aria grave e pronuncia: “Mamma, è che Giada ha detto culino e culino non si dice! Culino è una brutta parola, non si dovrebbe dire culino! Le parolacce come culino i bambini non le dovrebbero dire, vero che non si dice culino, mamma?”

“…”

(3 dicembre 2008)

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12th gen 2009, di admin, in: Senza categoria

Scritto da Rossana Manassero – In punta di Piedi

Giovanni arriva a casa nostra come il sole della primavera.
Quello che aspetti da un anno intero, che desideri con tutte le forze, che ti fa sentire tutte le forze ribollire dalla gioia.
Fremo quando lo vedo, perché è mio nipote, e perché è la quintessenza della bellezza.
Lo osservo tra le braccia della sua mamma: le si abbarbica, le strofina naso bocca guance contro il viso, come per impregnarla del suo affetto, come fanno i gatti.
Quando lei va al lavoro, lui butta un urlo nella stanza, come se fosse una corda. Acciuffala, mamma.
È di una tenerezza che mi toglie il respiro.

Lo porto nella camera di Luna, dove regnano le bambole.
Inspiegabilmente, trova interessante mettere ordine: le accatasta tutte diligentemente, accompagnando ogni gesto con un suono convinto della voce.
Poi si avvicina a un gioco di legno, fatto di palline che scendono e salgono.
Capisce subito il meccanismo, le fa rotolare con forza, sospingendole in alto e accompagnandole con una piccola cantilena che ha sentito da me, nei primi istanti in cui giocava.
Si avventa sulla casa delle bambole e si erge in piedi, apre e chiude le portine.
È contento. Ballonzola ritmicamente sulle gambe morbidissime e intanto sorride, mi cerca per l’approvazione.
Zia ti ama da morire.

Decidiamo, io e Luna, coordinatrice speciale dei lavori, di cambiargli il pannolino.
Ha fatto la cacca e lo immergiamo nel lavandino, per rinfrescarlo.
Come se lui lì ci fosse nato, si adagia e si fa lavare serenamente.
Prende una spugna e strofina vigorosamente il lavandino. Mi fa buttare la testa indietro dal ridere.
Andiamo sul letto e lui intona una nenia rotonda, dietro il ciuccio sbavato. Ha sonno, si tira il pisellino, sorride.
Le sue braccia parlano, le lancia in alto verso di me e sento il mio collo protendersi tutto per farsi allacciare.
Si annoda tutto come un koala. Ha l’attaccatura dei capelli in alto tutta fiorita di minuscole gocciole di sudore. Come si fa a non baciargliele?
Gli asciugo la punta del naso. La sua nuca profuma di buono.

Russa.
Ogni tanto si agita, lo accarezzo, soffio appena sui suoi capelli umidi.
Forse sogna talle da far rotolare.
(1 agosto 2008)

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12th gen 2009, di admin, in: Senza categoria

Scritto da Rossana Manassero – In Punta di Piedi

“Mamma, quando ero piccola dicevo sempre mi ‘acconti una to’ia? E invece ora dico mi racconti una storia?”

“Hai ragione, sì.”

“Poi…dicevo glancia la cintura e adesso dico sgancia la cintura.
Prima dicevo motto, ora dico mostro. Dicevo uattosa, ora dico qualcosa.
Dicevo finesta, ora finestrrra; libo e ora librrro; panduino e ora pannolino.
Mocca e ora mosca; gionna’e, e ora giorrrnale, e poi….”

Mi sono voltata.
L’ho guardata in piedi, con le dita volteggianti per la spiegazione.
Un anellino a impreziosire ogni suo gesto.
Gli occhi girati verso l’alto in cerca dell’ispirazione. I capelli che le accarezzavano
la linea delle labbra.
Le gambe lunghe in un paio di fuseaux ormai stretti.
I piedi nudi, vicino a una calza che non le entrava più,
lanciata a terra in un attimo di fastidio.

Le ho detto, ok basta così.
Mi sono accorta che sta diventando grande perché il mio cuore è diventato stretto di colpo.


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12th gen 2009, di admin, in: ASPETTANDO UN BIMBO

Scritto da Rossana Manassero – In Punta di Piedi

Se c’è una cosa che non potrò mai dimenticare nella vita è la morbidezza della schiena di mia figlia appena è venuta al mondo.
Non il dolore del travaglio né la vergogna per le mie urla (quelle credo che, prima o poi, le dimenticherò).

Quando mi hanno messo sulla pancia quella cosina tesa e urlante, tutta impregnata di liquidi e assolutamente infastidita dal mondo osservante intorno, la prima cosa che ho desiderato fare è stato accarezzarla.

Non guardarla.
L’ho guardata dopo, quando eravamo più tranquille entrambe.
Quando mi sembrava che lei si fosse un po’ ambientata tra le mie braccia.
Come un animalino indifeso.
L’ho carezzata sulla schiena mentre esternava il suo disappunto con qualche miagolìo incerto. Non capiva dove fosse. Come non capirla? Pure io non mi rendevo ben conto di cos’avessi fatto nell’ultima ora (e per fortuna).

La sua pelle aveva una vellutatezza che nulla ha avuto in maniera uguale, dopo di lei.
Sotto le dita, un morbido infinito.
Al solo ripensarci, la sveglierei per baciarla, così com’è: lunga e abbandonata nel sonno.
Lei non capirebbe e miagolerebbe qualcosa, esattamente come allora.


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11th gen 2009, di admin, in: Mamme in società, MATERNAMENTE

Scritto da Anna Lo Piano – Piattinicinesi

donnelavoroTe ne vai? Brava!!!!!!!”

“Davvero te ne vai? Congratulazioni!”

“Oh God, I’m sorry at a personal level, but of course, I’m very happy for you. We did great things together, didn’t we?”

“Annarè, ma davero stai a dì, te ne voi annà…noooo. e mo’ chi ce rimane qua?”

“Beata te! Pure io me ne voglio andareeeeeeee da quaaaaaa!”
Dalle reazioni dei colleghi capisci molte cose. Capisci che stai facendo la cosa giusta, che ti stimano e ti vogliono bene. Non tutti ovviamente, pero’. Questo e’ chiaro.
Reazione di V.

“Piattini, oddio, ho saputo una cosa!”
“Che cosa, V?”
“Che te ne vai…” singhiozza V. reprimendo una lacrima finta dietro gli occhioni cigliati, e poi aggiunge, speranzosa “è successo qualcosa? hai litigato con qualcuno?”
“No, ho trovato un altro lavoro”
La collega V. vacilla. Io allora le dò un bacio e le dico, perfida: “coraggio, anche tu troverai qualcos’altro prima o poi”
Reazione di A.
“Piattini!”
“Si, mia cara?”
“Ma non mi dici niente, davvero te ne vai?”
“Eh sì, le cose non andavano bene ultimamente e quindi ho cercato qualcos’altro”
“E l’hai trovato?”
“Sì”
Silenzio. A. sembra accartocciarsi su se stessa. Poi ha un unico momento di sincerità
“Ma solo io non trovo niente!”
Io, sempre perfida, rimango in silenzio. lei si ricompone e cambia argomento.
Il nostro rapporto, fin dall’inizio, è stato un lungo braccio di ferro di ipocrisia.

Reazione di H.
“Allora Piattini, domani devi fare questa cosa”
“Eh già”
“Bene, è un po’ come la ciliegina sulla torta del tuo lavoro qui”
“Una ciliegina un po’ avvizzita, caro H. Mi sembra di aver fatto cose molto migliori rispetto a questa. Lo faccio solo per farvi contenti”
“Ma è la tua ultima cosa….”
“Non disperare, caro H. Devo stare qui ancora fino alla fine del mese. Di schifezze inutili come questa fate in tempo a chiedermene altre…”

Reazione del mio diretto superiore, quello che almeno per forma avrebbe dovuto dire “Mi dispiace…”
“Ah senti, delle tue dimissioni parliamo dopo, intanto mi servirebbe….”
E’ evidente che delle mie dimissioni non ne abbiamo più parlato.

Ma il più sorprendente, il più sconvolgente, quello che veramente mi ha dato la misura del delirio che stiamo vivendo è stato M., il nostro amministratore delegato.
M. ha vissuto il mio arrivo in azienda tre anni fa come una personale minaccia ai conti aziendali. Ha ritardato la firma del mio contratto per ben quattro mesi per dimostrarmi quanto fosse potente, mi ha impedito di chiamarlo o mandargli mail direttamente, imponendomi lunghe anticamere e la pietà delle sue segretarie. Poi però nel tempo ha ceduto. Si è affezionato. Ha capito la natura in fondo inoffensiva della mia persona e mi ha scaricato addosso una marea di responsabilità.
Poi quando le cose hanno cominciato ad andare male anche per lui mi ha addirittura rinchiusa in una delle salette di montaggio per sfogarsi con me della triste situazione in azienda.
Ieri, riconoscendone da lontano la pelata, mi sono avvicinata e l’ho salutato.
Aveva le lacrime agli occhi. Mi ha detto “Ma adesso non ci vedremo più, mi lascia almeno un recapito?”
A vederlo così mi sono commossa anch’io.

Solo dopo a mente fredda, mi sono ricordata di aver confidato a N, un collega fine umorista, che dopo tanti dissapori stavo cominciando ad affezionarmi a M.
Al che N sollevando un sopracciglio aveva sentenziato:
“Attenta, Piattini, questo è un chiaro sintomo della sindrome di Stoccolma!”

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11th gen 2009, di admin, in: MATERNAMENTE

Scritto da Valentina  Aldrovandi-  Valewanda

biciclettaOggi mi sembra di essere rinata, anche se non è che abbia dormito poi molte ore… Bè, devo dire che “los gemellos” se la stanno cavando proprio bene: Ricky fa un solo pasto notturno, mentre Tommy, ah Tommy, stanotte ha tirato dritto, e dopo il pasto delle 23,00 di ieri, ha dormito fino a stamattina alle 8,30. Ricky invece si è svegliato alle 4,30, però non ci lamentiamo…

Dicevo, oggi mi sento rinata perché dopo quasi 365 giorni ho preso di nuovo la mia bici, chiusa nel box dal luglio scorso e impolverata. Sono riuscita a sfruttare le poche ore di sole del primo pomeriggio per uscire a fare un giro, nella vana speranza di di trovare un parrucchiere per sistemare i miei capelli a mò di paglia.

Si vede che non frequento i coiffeur, infatti ho girato tutto il circondario per poi concludere che al lunedì i parrucchieri sono chiusi. Peccato, qui bisogna sfruttare i momenti liberi tra le poppate, e oggi era un buon momento.

Ho approfittato, mi sono fatta un giretto con la musica, come ai bei tempi, mi sono fermata a bere un caffè (io adoro il caffè dopo pranzo), e sono andata a prendere Mattia al nido, con la bici per la prima volta.

L’ho sostemato sul seggiolino e siamo partiti, via, mi sembrava un sogno.

Lo so, vivo di piccole emozioni, ma per me sono infinite.

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11th gen 2009, di admin, in: ASPETTANDO UN BIMBO

Scritto da Tiziano – Canneori Family

la-panciaAnche se questa è la seconda gravidanza per me e per S., e in pratica ho visto mia moglie complessivamente per 18 mesi con la pancia, ancora non ho fatto l’abitudine a questa magia della natura; perchè credetemi: vedere la pancia di una donna dilatarsi così tanto da contenere un neonato di 3 kg e più + la placenta + il liquido amniotico è stupefacente, da non credere.
Per non parlare di quando i pargoli lì dentro incominciano ad agitarsi a farsi “vedere”;  è straordinario! Purtroppo, come capita spesso, le seconde gravidanze sono un pò “meno sentite”, vissute con meno trasporto. Per carità, questo non vuol dire che la nascita della Cecilia non è sentita come quella di Matteo, è solo che nella fase di “attesa” c’è un pò meno pathos, meno concentrazione.
Voglio dire: M. ha due anni e mezzo e stargli dietro non è proprio una passeggiata. Già lui ha bisogno di mille attenzioni e anche S., per quanto si voglia isolare per stabilire un contatto con la Ceci, non ci riesce. Vorrà dire che la piccina recupererà attenzioni a breve, quando sarà tra le nostre braccia. Per adesso godiamocela nel suo “involucro” veramente unico…

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10th gen 2009, di Silvia, in: EDUCAZIONE & CO.

Scritto da Cristina Fiore - Pezzetti di Cielo

Lei, quella grande, è un’anima blu profonda come il mare; con le sue immense profondità, con gli occhi liquidi di amore e malinconia. Capace di sentire sfumature dell’anima, poche parole, apparenza che dà impressioni veloci.
Ma, come un quadro di Manet, va vista nel suo insieme e nei suoi tratti. Rapidi e forti.
È lo sguardo della barista che vede le immagini a noi riflesse nel grande specchio alle sue spalle, è la bimba che sta alla ringhiera della stazione ferroviaria, curiosa e attenta.
È la forza e l’angoscia, la grinta e la paura.

L’altra, la piccola, è un’anima gialla di sole. Di immediato calore, di intemperanze e temporali.
È la luce di “raboteurs de parquet“, la neve dei tetti. È la simpatia del “pulcino ballerino” cantato a squarciagola. Lei è luce di agosto contro l’acqua del mare. Lei è il pieno, i girasoli, il pane caldo…

Loro sono la luna e il sole, sono la vita calda del nervoso alla sera, le liti e gli abbracci. Sono i gusti diversi, l’azzurro e il rosa, sinistro e destro…

Sono parti del mio pensiero e pensieri che volano da soli.

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8th gen 2009, di admin, in: PER RIDERCI SU

Scritto da Anna Lo Piano – Piattini Cinesi

uova“Pasqua è dell’uovo di Pasqua, però è anche di Gesù” dice figlio piccolo.
“Ah sì?” dico io “e perché, che succede a Pasqua con Gesù?”
“Non mi ricordo”
“Come non ti ricordi. Se sai che Pasqua è di Gesù, vuol dire che la maestra E. ti ha raccontato le storie di Gesù. Me ne racconti una?”
“Ah si. Che una volta i suoi amici erano andati lì, che c’era un asso, e poi Gesù era morto, ma loro non l’hanno trovato.”
“Un asso? Forse un masso”
“Ah, sì, un masso”
“E non l’hanno trovato?”
“No, c’erano solo i suoi vestiti. E allora i suoi amici se ne sono andati a casa”
“E Gesù?”
“Era morto, te l’ho detto!”
“Ma se mi hai detto che non l’hanno trovato. ”
“Ah, allora era vivo”
“Ma ascolta G, che ti ha detto la maestra, Gesù era vivo o morto?”
“Senti, io non lo so se era vivo o morto, però i suoi amici sono andati a casa e la maestra si è arrabbiata”
“Ma perchè si è arrabbiata?”
“Perché D. ha preso il bruco”
“Ma quale bruco?”
“Quello che la fata gli ha dato le ali e lui è volato via. E D. l’ha preso, ma non lo doveva prendere perché non era solo suo, era di tutti. Hai capito, di tuttiiiiiiiiiiiiiiiii!”
Io ho pensato alla maestra E, svampita e con la zeppola, intenta a spiegare il mistero della resurrezione a 20 bambini tra i quattro e i cinque anni. Lavoro non facile, sebbene la maestra disponga di mezzi altamente sofisticati quali una lavagnetta nella quale a detta di G. mette un disegno, poi lo tira e ne esce un altro, e un bruco di peluche.

La sera sono tornata all’attacco, ma questa volta figlio F mi è venuto in soccorso:

“Glielo spiego io mamma. Allora, G. Gesù è morto”
“E come è morto?” chiedo io.
“L’ha ucciso Giuda”
“Giuda? Pensavo fossero stati i Romani”
“Noooo, è stato Giuda, è tutta colpa sua perchè ha convinto tutti che dovevano ucciderlo, perchè era invidioso”
A mente fredda, più tardi, rifletto. Io e Highlander non abbiamo ancora chiarito con noi stessi che razza di educazione religiosa vogliamo dare ai nostri figli ma sarebbe il caso di pensarci seriamente, prima che la scuola produca effetti devastanti.
Laici o credenti a questo punto è secondario. Conoscere la Bibbia e il Vangelo è prima di tutto una questione di cultura. Al pari di Pinocchio, Dante e la leggenda di Romolo e Remo sono storie che fanno parte di noi, della nostra storia.
Decido di comprare una Bibbia per piccoli e fare da me.
Spero solo di non farmi prendere la mano.
Quando racconto mi esalto, e senza che me accorga Gesù mi diventa subito un rivoluzionario palestinese con la barba di Che Guevara.

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5th gen 2009, di admin, in: ASPETTANDO UN BIMBO

Scritto da Tiziano-Canneori’s Family

Ieri intorno alle 22:30 ci stavamo accingendo ad andare a letto. Io stavo combattendo con Matteo per metterlo a letto, passando dal divano alla sua cameretta. Nel frattempo S. va in bagno e dopo qualche minuto mi chiama. Era già senza voce per un piccola faringite ma il suo tono era chiaramente alterato, di preoccupazione. M’affaccio alla porta e lei mi mostra le sue mutandine macchiate di sangue. Tre piccole macchie, inequivocabili. Il mio sangue quasi si solidifica mentre lei lentamente sbianca. Le dico di vestirsi cercando di rimanere tranquillo. Chiamo mia madre per farla venire a casa; Matteo è già in pigiama e non possiamo portarlo via con noi. Il Tato capisce che qualcosa non va. Ci vede fare le cose di fretta: vestirsi, preparare un minimo di borsa e lui scoppia a piangere. Cerco di calmarlo ma il suo pianto agita S. che agita me. Finalmente arriva mamma e noi partiamo.
Durante il tragitto cerchiamo di rimanere lucidi analizzando tutti gli elementi. Le ultime visite erano ok, la bambina si muove per cui non dovrebbero esserci grossi problemi. Sembrano tanto quegli appigli invisibili che uno si crea per non cadere nella depressione. S. non riesce a calmarsi: non parla, non si agita ma trema, tanto. In 19 minuti siamo a Careggi. Entriamo nel reparto maternità alle 23 e fortunatamente non c’è nessuno. S. entra da sola e io fuori a rosicare. Per fortuna, dopo una ventina di minuti mi fanno entrare. S. sta facendo il tracciato. L’ecografia non ha mostrato alcun problema: la Cecilia è lì tranquilla, già in posizione. Il liquido c’è e non ci sono contrazioni. Dopo un pò staccano il tracciato, la rivisitano e le fanno un ulteriore test. Tutto negativo.
Si è trattato di una modifica del collo dell’utero. Ciò significa che con molta probabilità S. non arriverà a termine, ma questo non è un problema. Con calma ci dimettono e noi nel cuore della notte di Firenze, immersi nel silenzio dell’immensa cittadella di Careggi ci gustiamo rispettivamente un caffè espresso e una Fanta Lemon facendo sbollire la tensione. Ritornano i sorrisi ma quanta paura! Dopo un aborto spontaneo e una gravidanza con 40 giorni di riposo assoluto per distacco di placenta ne abbiamo un pò le palle piene. Per non parlare poi del fatto che ogni volta accade di notte.
Il buio amplifica le paure, i dubbi, si pensa che all’ospedale ci sia meno personale, che le cose possano andare storte rispetto al giorno. Per fortuna invece oggi siamo qui, io a lavoro e lei a casa, relativamente tranquilli.

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