5th feb 2009, di admin, in ASPETTANDO UN BIMBO
6 Comments

Scritto da Silvia Sacchetti – Mamma imperfetta


Con il mio primo figlio ho iniziato a piangere al momento delle dimissioni e ho smesso 40 giorni dopo (leggi Baby Blues).
Con il secondo non potevo piangere a lungo perché come specchio avevo gli occhi già tanto preoccupati del primo figlio di appena 2 anni e quindi ho smesso dopo 3 giorni ma ho iniziato sempre al momento delle dimissioni dall’ospedale.

Ci sono donne che anelano il ritorno a casa e altre che lo temono.

Mio padre è ginecologo e mia madre ostetrica. Non avrei dovuto temere niente. Ed invece per me è stato un delicatissimo momento di lacerazione. Hai aspettato quel momento per 40 interminabili settimane. È ora di uscire. Ma non ti senti felice come nell’immaginario che ricalca le migliori commedie rosa. Piuttosto ti senti spaesata, preoccupata, prepotentemente diversa. Lo sbalzo ormonale non aiuta. Prepari la valigia per uscire, raccogli tutti gli effetti, le piccole tutine riposte con cura qualche mese prima ora giacciono semi arrotolate in un sacchetto; i microscopici body lavati e stirati con amore e infinita dedizione hanno cominciato il loro ciclo fatto di lavaggi-stiraggi-cacche-rigurgiti-lavaggi. Si è definitivamente chiuso lo status di coppia. Si è famiglia. Per sempre.
Ricordo che aspettavo che Simone portasse la carrozzina, seduta sul letto, con un microscopico essere umano di 2,5 kg tra le dita. E piangevo. Non volevo uscire. Se mi avessero trattenuto una settimana sarei restata senza esitazione. E di più ho pianto a casa. Non perché mi sentissi inadeguata ma perché i dubbi irrisolti al primo (ma anche al secondo) figlio sono innumerevoli.

Ti mandano a casa a 48 ore dalla nascita.

Il calo ponderale non è ancora finito (finirà?), la montata lattea non è ancora arrivata (arriverà?), il seno è dolente (passerà?), le ragadi rendono ogni poppata un incubo (come fare a non piangere a ogni poppata?), i punti di sutura rendono faticoso ogni movimento (quando tornerò a camminare senza dover allargare le gambe?), le lochiazioni sono abbondantissime (quando finiranno?), il bambino si attacca poco (mangerà a sufficienza?), il cordone è molle (cosa devo fare?), il bambino piange continuamente (saranno coliche?), dorme sempre (come mai?), il cordone cade e sanguina (devo preoccuparmi?), la vaschetta per il bagno sembra enorme (come diavolo faccio?).

Tutte le informazioni ricevute al corso preparto sono inutili. Non ti ricordi niente. Sei stanca perché, oltre a tutto quanto elencato sopra, non chiudi occhio dall’inizio del travaglio.
Mia madre veniva e mi aiutava con la medicazione del cordone e con i lavaggi. Ma ricordo che non sopportavo intrusioni sull’allattamento. Avrei pagato qualsiasi cifra per avere un’ostetrica a domicilio per un’oretta anche a giorni alterni o un recapito telefonico a cui poter far riferimento.

Forse avrei pianto meno, avrei evitato che le ragadi sanguinassero per 10 giorni, avrei evitato la mastite, avrei alleviato l’angoscia per la Sids.

Solo a distanza di alcuni mesi dal parto ho scoperto che l’associazione Latte e Coccole, presente all’interno del reparto di osetricia, non è un mero sostegno all’allattamento ma un punto di riferimento per ogni genere di problema legato al puerperio. Lo terrò presente per un eventuale “terzo giro di giostra”.

Il puerperio è una fase delicatissima per la coppia genitoriale. Un accudimento da parte di un’ostetrica, soprattutto in caso di dimissioni precoci, sarebbe in ogni caso auspicabile per diagnosticare le anomalie della puerpera, favorire la collaborazione con il medico di base in caso di patologie del puerperio, per sostenere l’allattamento (per le modificazioni socio-culturali di questi ultimi 30 anni, la puerpera non trova spesso nell’ambiente familiare le competenze e il sostegno necessari), per educare alle cure del bimbo, per favorire il legame madre-padre-neonato e, infine, per sostenere l’adattamento psico-fisico a questa avventura appena cominciata.

Sono convinta che in alcuni casi basterebbe sapere di essere “protette” per sentirsi già meglio. Basterebbe sapere di avere qualcuno a cui domandare o semplicemente a cui appoggiarsi, qualcuno che ti dica guarda che piangere in questa fase è assolutamente normale, guarda che anche se ti senti triste e stanca sei una buona madre comunque.

A mio parere, dimissione precoce non significa deospedalizzazione e umanizzazione del percorso nascita. Le due cose non sono inversamente proporzionali. Spesso e volentieri le dimissioni precoci sono in realtà un mero escamotage per un risparmio di denaro da parte delle aziende ospedaliere. Mi starebbe benissimo. Perché è indubbio che la puerpera non sia una malata e che sia più urgente mettere a preventivo una spesa per chi malato lo è veramente, soprattutto se pensiamo che il costo medio giornaliero a paziente per un ospedale è di circa 500 euro. A una condizione: che la puerpera possa avvalersi, qualora lo richieda, di una “protezione” domiciliare da parte di un’ostetrica o almeno di un gruppo di aiuto post partum al fine di colmare questo ingiustificato vuoto assistenziale.
Tra l’altro, è facile capire come il circolo sia estremamente vizioso: la donna “abbandonata” dopo il parto è più soggetta a patologie ostetriche e psicologiche e di conseguenza a una nuova ospedalizzazione.
La cosiddetta dimissione precoce dovrebbe trasformarsi in dimissione concordata, laddove previo dovrebbe essere l’ascolto del desiderio della madre.
Sono convinta che in presenza di un’assistenza post partum personalizzata e continuativa, garantita dai servizi territoriali, quasi tutte le donne in buona salute sarebbero pronte a uscire dall’ospedale anche 24 ore dopo il parto.

Perché diventare madre è naturale e istintivo ma ogni viaggio è unico.

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  1. 05/02/2009

    Sono davvero molto d’accordo. Nel mio caso avrei pagato, se fosse stato possibile, per avere meno parenti intorno e un’ostetrica che mi aiuta anche solo un’ora al giorno.
    La mia fortuna immensa è stata che mi ero sposata da poco, e mio marito ha utilizzato i 15 giorni del congedo matrimoniale per stare con noi. Una cosa che ha aiutato entrambi: a me, per sentirmi meno sola; a lui, per diventare subito papà.

  2. Anonimo
    05/02/2009

    Silvia,mi sono sentita come te.Orrendo.

  3. 05/02/2009

    Per fortuna tutto passa.
    Però se si potesse trovare il modo di far vivere il puerperio (e oltre) alle madri in modo meno pesante…

  4. Anonimo
    07/02/2009

    come per mammafelice anche mio marito è potuto stare a casa con noi, tre settimane…lo vedevo passare l’aspirapolvere, concentrarsi per cambiare il piccolo come facevo io, correre a cercare la crema per le ragadi nonostante l’imbarazzo e mi scoppiava il cuore…

  5. 07/02/2009

    La presenza di una rete (che sia un’amica, una sorella, una mamma, un marito, un’ostetrica) è sicuramente fondamentale. Io ci credo molto.
    Marilde Trinchero l’ha chiamata “la solitudine delle madri”. E’ il male peggiore.

  6. 07/07/2010

    Grazie Silvia, ora mi sento meno sola e meno malata. Piango tutti i pomeriggi alla stessa ora, ho paura di non avere abbastanza latte e mi manca la vita di fuori. Mio marito è dovuto tornare al lavoro e per fortuna ho mamma che mi aiuta, ma trattengo il pianto davanti a lei.