Scritto da Desian
Quando la sera torno a casa e butto a terra la corazza e le spade quello che sento è solo il clangore della giornata che ho appena trascorso. Il senso di spossatezza lasciato da quei paludamenti che non amo (come amare le armature che sono per la guerra?) mi fagocita: stare nel mondo come un Achille distruttore è lontano dalla mia intima essenza. Serve: a lavorare, a trovare il ruolo adatto nel campo da gioco della vita. Gioco pesante, quasi un wargame, ancora.
Poi, subito dopo, mi prende il timore di cosa mi chiederanno, di lì a poco, i miei figli. Come mi verrà incontro la donna grande, cosa avrà bisogno di dire? E l’uomo piccolo quale artificio vorrà vedere, la mano ferma sull’elsa o la carezza dolce che la medesima mano può scegliere di dare?
Altro che gesto di Ettore, la situazione si complica: perché oggigiorno i punti di riferimento sono mobili e cambiano e si spostano con velocità sempre crescente. Anche noi, che come generazione abbiamo conosciuto poche certezze e molte rincorse, siamo spiazzati di fronte alla velocità (il futurismo all’ennesima potenza distruttrice) e alla liquidità che respiriamo.
Così i nostri padri, o semplicemente genitori come noi soltanto un po’ più grandi, consigliano ai figli di andarsene, di scappare finché sono in tempo.
Ché questo Paese ormai ha il destino segnato.
I miei figli oggi sono bambini, prigionieri di una condizione che li lega a noi per (soprav)vivere, non possono andare da nessuna parte. Non scapperanno, ancora per un po’.
E allora, con la corazza abbandonata vuota in un angolo, cerco qualcosa dentro di me, una scintilla di umanità (no, niente di divino, mi spiace), un gesto ricordato laggiù che mi coprì la guancia e mi insegnò a non gridare mai. Perché le grida impediscono di sentire. Oppure cerco i loro sentimenti di pargoli in piena attività, celati dietro domande ingenue ma dure, profonde, implacabili. Spolvererò le emozioni che faticano ad uscire fino a renderle scintillanti e luminose. Insegnerò rispetto se sarò capace di viverlo, amicizia sorridendo, spirito critico per abbattere il brutto e costruire meglio.
Se fossi capace. Ci proverò.
A noi padri riporre le armi, svuotare la corazza lasciandola alla ruggine e usare le mani per indicare la via e carezzargli le spalle che iniziano il cammino.
E allora, chi ha davvero il destino segnato? Un Paese che non si sveglia dal suo medioevo di ritorno o i nostri figli, condannati alla fuga?
Io non avrei dubbi, se non fossi il loro genitore.
Invece: che ne sarà stato del lavoro quando toccherà a loro entrare in quel mondo? Che diritti avranno domani, visto che non sono ricchi e potenti? Che spazi si apriranno di fronte alle loro legittime aspirazioni, ai loro desideri e aspettative? Che vita avranno? Che.
Però qualcosa penso di saperlo: e scappare non mi sembra la soluzione. Allora proverò a dar loro degli strumenti, quelli che troverò a disposizione e potrò lasciargli da maneggiare, proverò ad insegnargli cosa significa essere cittadini di un posto e lavorare perché quella condizione possa essere mantenuta e migliorata, e anzi portata con sé altrove, se uno mai dovesse spostarsi. Proverò ad insegnargli che dopo di loro arriverà qualcun altro e se tu scappi non lasci più spazio a nessuno.
Lasci il vuoto, il vuoto della tua mancata presenza.
Il vuoto del tuo lavoro non fatto.
Il silenzio di chi non ha saputo capire.
Alcuni ringraziamenti vanno a: Loredana Lipperini che ha appena finito di parlare di questo a Fahrenheit su RadioTre, a Benedetta Tobagi che ne ha scritto oggi su Repubblica, a Pierluigi Celli che ha inviato una lettera ad un figlio e l’hanno letta tutti.

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ottimo post