Dal blog di Desian
Napoli, stadio San Paolo.
La folla è immobile e trattiene il respiro mentre il numero 10 mette giù la palla.
La rincorsa è corta, tonda, morbida.
La palla parte e va.
E l’urlo esplode!…
…zap…
Off.
Nero.
Non capisco molto di pallone e infatti la punizione che intendevo io non era quella.
La punizione che intendo io, anche se ha un modo simile all’altra di fendere l’aria, racconta un mondo diverso, emozioni e sentimenti che proprio non potevano combaciare. Una serata storta, un comportamento che non va, bizze solo per farne, senza motivo.
Qualcosa del genere.
Per la precisione: il momento esatto in cui l’arbitro fischia e interrompe il fluire della partita perché si è accorto che qualcosa non va.
E lo deve far notare. É il suo mestiere.
Questo intendo: non solo il calcio di punizione che sanziona la scorrettezza e dal quale può scaturire una nuova azione. Il proseguimento del gioco, no.
A me interessa proprio l’attimo del fischio, quando cioè il padre finalmente prende corpo ed entra in gioco (ah, per quanti anni, in molte famiglie, tutta ‘sta roba era di competenza femminile!…) e si rende conto di quanto sia importante fischiare.
Quanto sia importante spiegare quale fosse l’irregolarità.
Quanto sia fondamentale applicare alla lettera il regolamento e comminare la punizione.
Ultimamente la strategia è proprio questa: premi e incentivi per i comportamenti virtuosi, fermezza assoluta nell’applicare la pena per i comportamenti sbagliati (niente tv oppure niente computer oppure tutti e due).
Insomma trovare una strada e percorrerla, senza isteria, soltanto con fermezza.
Beh, funziona.
Sta funzionando, soprattutto nell’uomo piccolo che ha trovato il giusto solido contenimento alla sua fortissima insofferenza per le regole. E una tranquillità emotiva che prima non aveva.
L’idea di una privazione (seppur minima e momentanea) gli ha chiarito il senso del perché bisogna rispondere delle proprie azioni: “se faccio qualcosa di sbagliato, la reazione opposta e contraria causa una precisa conseguenza”.
Tangibile, misurabile, certa.
Il mondo si fa un pochino più preciso.
L’arbitro sta imparando a gestire la partita. Il numero 10 mette giù la palla.
Misura a brevi passi la distanza che lo separa dalla giusta rincorsa.
Poi… calcia.
E la traiettoria è morbida e serena.
Tonda.
Gol.

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