Mamme, carriera e meritocrazia

Se la Meritocrazia in ambito lavorativo in Italia, di fatto, non esiste, a pagarne il prezzo più alto sono le donne. Ce ne parla Roger Abravanel, autore del libro Meritocrazia.

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di Alessia Altavilla

Che in Italia maternità e carriera siano realtà antitetiche che difficilmente riescono a trovare un punto di incontro è assodato, quasi scontato. Di fatto le donne, a un certo punto della loro vita, si trovano costrette a decidere se dedicarsi alla famiglia o al lavoro e, una volta effettuata la scelta, la loro strada sembra essere segnata per sempre.
Le cause sono molteplici: il familismo amorale della società italiana per il quale vengono colpevolizzate le mogli e le madri che cercano di realizzarsi professionalmente; il fatto che la donna debba decidere se accettare il suo ruolo di parte debole oppure trasformarsi in un “maschio”; la pressoché totale assenza nella realtà lavorativa italiana di un sistema di valori fondamentale chiamato meritocrazia che valorizzi l’eccellenza indipendentemente dalla provenienza, dall’etnia, dal partito politico e, naturalmente, dall’essere uomo o donna.


Questo il tema centrale trattato nel libro MERITOCRAZIA. 4 proposte concrete per valorizzare il talento e rendere il nostro paese più ricco e più giusto di Roger Abravanel, consulente aziendale per 34 anni in McKinsey e attualmente consigliere di amministrazione di varie aziende e advisor di fondi Private Equity in Italia e all'estero.
L’idea di fondo che muove le argomentazioni di Abravanel è che la mancanza di meritocrazia (intesa, secondo la formula elaborata dal laburista inglese Sir Michael Young, come la somma dell’intelligenza, cognitiva ed emotiva, e degli sforzi dei migliori) nel nostro Paese abbia avuto come conseguenze quella di generare una classe dirigente debolissima causa del declino della nostra economia.
In Italia, infatti, come abbiamo modo di apprendere giornalmente dai nostri organi di informazione, più che la meritocrazia la fanno da padrone il nepotismo e le raccomandazioni, quest'ultime non necessariamente basate sulle qualità delle persone (come sarebbe giusto e auspicabile), ma sulla logica di scambio di favori.


In una situazione in cui, quindi, i valori del merito non esistono nemmeno per gli uomini, sono senza dubbio le donne quelle maggiormente penalizzate e ne è una prova la quasi totale assenza femminile dai posti di comando delle aziende e della pubblica amministrazione italiane. Se, poi, le donne sono anche mamme, il disastro è totale, a scapito, naturalmente, del buon funzionamento del “sistema Italia”.
Abravanel, d’altro canto, sottolinea come il bacino di donne italiane laureate (e, spesso, con voti e prestazioni superiori rispetto a quelle maschili) sia ampio e completamente sottosfruttato, mentre un migliore impiego di “questi cervelli abbandonati a se stessi” potrebbe migliorare la società e l’economia italiane. D’altra parte, ricerche alla mano (clicca qui per vedere i grafici più significativi), è assodato che nel resto del mondo le imprese in cui la leadership sia femminile tendono a ottenere risultati migliori e a crescere di più.

In questo senso, le politiche messe in atto dai governi spesso non sono sufficienti. A dispetto di quello che si possa pensare, per esempio, l’Italia ha una delle leggi migliori in Europa per quanto riguarda i congedi di maternità, salvo poi che tale legislazione non solo non tutela le neomamme, ma le ostacola nella ricerca del lavoro e nella possibilità di fare carriera.
Secondo Abravanel due dovrebbero, invece, essere le leve sulle quali agire per accelerare la presenza di donne italiane al top:
 

  1. migliorare il rapporto famiglia – lavoro (per esempio con la realizzazione di infrastrutture per l’infanzia)
  2. mettere in atto azioni “positive” per dare un vantaggio temporaneo alle donne nell’accedere alle classi dirigenti.

 

Quest’ultimo aspetto viene il più delle volte osteggiato e, spesso, anche dalle donne stesse. L’idea di “quote rosa”, infatti, in Italia piace poco, perché sembra sottendere l’idea del vantaggio non meritato. In realtà, non solo all’estero il meccanismo funziona perfettamente, ma consente di ottenere un vantaggio “temporaneo” necessario per poter sfondare una classe dirigente che è, sostanzialmente, totalmente al maschile.
Solo in questo modo, le donne possono convincersi del fatto che è possibile essere leader senza trasformarsi in uomini e continuando a essere madri e mogli.

Il dibattito, decisamente interessante visto che ci coinvolge tutte, è aperto e attualissimo.
A parte l'interessantissimo e scorrevole libro di Abravanel, che vi consigliamo di leggere, sul sito www.meritocrazia.com è attivo un blog per discutere e approfondire l’argomento. Interessanti anche i contributi video dell’autore che spiega le sue posizioni e la sua idea.
Se volete, quindi, raccontare la vostra storia o dare il vostro contributo in merito, scriveteci i vostri commenti qui sotto oppure entrate nel blog di www.meritocrazia.com e dite la vostra.

  • Commento inserito da Paola il 26 settembre 2008 alle ore 08:28

    Secondo me bisogna chiarire che c'è molta differenza tra la "recommendation" americana e la raccomandazione italiana. Come spiega Roger Abravanel, nel mondo anglosassone chi segnala qualcuno particolarmente bravo e adatto per un posto di lavoro lo fa con grande cautela, perché mette in gioco la propria stessa reputazione e risponderà moralmente della performance della persona segnalata. Da noi, invece, si raccomandano con leggerezza persone che non si conoscono (almeno dal punto di vista delle capacità professionali) per posti di lavoro che non si conoscono, senza poi rispondere di una performance che il più delle volte non è neanche misurata.

  • Commento inserito da emanuela il 25 settembre 2008 alle ore 23:04

    Se non siamo noi a convincerci per primi e a dare ognuno per la sua parte il buon esempio, non accettando il sistema delle raccomandazioni e del nepostismo, non possiamo poi lamentarci che in questo Paese ormai non funziona più nulla: infatti, se nei posti di comando arrivano sempre di più soggetti valuati non in relazione alle capacità, ma al "di chi è amico, parente etc...", cosa possiamo aspettarci per il fututo del nostro Paese dei nostri figli?

  • Commento inserito da Marta il 25 settembre 2008 alle ore 17:29

    Io invece ci vedo parecchio, di male. Ci vedo, ad esempio, il fatto che così sin dall'inizio, non insegni ai tuoi figli a guadagnarsi le cose. E sai cosa succede (e vedo molti casi intorno a me)? Che nei momenti di difficoltà il 'raccomandato' diventa inutile e si ritrova per strada, magari a 40 anni, quando è più difficile... e nel frattempo non ha imparato niente, perchè prima c'era sempre mammina a aiutarlo, e non sa come tirarsene fuori.

  • Commento inserito da Gigliola il 25 settembre 2008 alle ore 16:12

    Sì sì sì.... Tutto molto bello e tutto molto vero. Tutto molto giusto e tutto molto interessante. Ma, mi chiedo, quante/i non chiederebbero aiuto per i propri figli (magari disoccupati) conoscendo qualcuno che conta nei posti di comando?
    Quanti/e non lo hanno già fatto?
    Si fa in fretta a dire meritocrazia... ma all'atto pratico penso che alla fine tutti cerchiamo solo il bene per noi stessi (e non ci vedo niente do male personalmente a chiedere e dare favori... anche in ambito lavorativo).

  • Commento inserito da Paola il 25 settembre 2008 alle ore 13:38

    Credo che gli argomenti trattati da Roger siano di grande interesse per le mamme soprattutto per l'enfasi sul funzionamento del sistema educativo. Quando ero a scuola, se si tornava a casa con un brutto voto si andava incontro alla disapprovazione dei genitori e magari chiusi in casa a studiare. Oggi, sempre più spesso, si legge di genitori che se la prendono non con i figli ma con gli insegnanti più severi, e che non solo difendono i figli somari ma arrivano a minacciare i professori. Ovviamente pretendere che i docenti diano bei voti anche a chi non ha imparato nulla è il contrario della meritocrazia, e dovrebbero essere le mamme stesse a togliere i figli dalle scuole in cui questo accade. Qual è la vostra esperienza con chi insegna ai vostri figli?

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