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Compiti: esperienza condivisa
A volte è un caso. A volte una scelta. Ad ogni modo, può capitare che i bambini si ritrovino in due o più a eseguire insieme i compiti a casa, chiusi nella stessa stanzetta, con i libri aperti sulla stessa pagina e le note della maestre scritte sul diario. Non c'è nulla di male. Anzi, imparare a studiare con un compagno può, in taluni casi, rivelarsi un'esperienza stimolante, in grado di tirar fuori il meglio da ciascuno scolaro. Ma non sempre è così. Vediamo, nello specifico, quando è bene coltivare questa pratica e quando, invece, andrebbe scoraggiata.
QUANDO SÌ
Quando i due bambini hanno la stessa età e frequentano la stessa classe con il medesimo profitto.
Quando uno dei due è particolarmente studioso e spinge l'altro, più svogliato, ad applicarsi al meglio.
Quando l'esecuzione congiunta dei compiti è d'aiuto a uno dei due per rimettersi in pari con il programma (per esempio, se è stato malato o non ha ben compreso un argomento).
Quando i due bambini sono molto affiatati e lo svolgimento dei compiti diventa uno stimolo per migliorare e crescere insieme.
Per la preparazione di ricerche e lavori di gruppo.
Per ragioni pratiche. Ossia, se i due bimbi svolgono le stesse attività nel doposcuola, è molto più facile per i genitori di entrambi suddividersi il compito di accompagnarli e prenderli dai vari corsi sportivi o laboratori: uscendo dalla scuola, infatti, un giorno si fermeranno a casa di uno a mangiare e a svolgere i compiti e il giorno successivo a casa dell'altro. L'impegno dell'accompagnamento sarà, in questo modo, dimezzato senza dover ricorrere necessariamente sempre alla baby sitter nel caso in cui mamma e papà dei due bimbi lavorano.
QUANDO NO
Quando l'età è diversa e la mole di lavoro da eseguire differente. Al bambino più grande, infatti, vedendo il più piccino che ha terminato tutto ed è libero di giocare, peserebbe ancora di più il dover rimanere seduto alla scrivania a studiare.
Se il profitto tra i due piccini è decisamente differente.
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2007-07-11 Manuela Magri |
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