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Disagi scolastici. Che fare?

Il rinnovamento che si vive nella scuola italiana in questi ultimi tempi richiede all’alunno e agli insegnanti un nuovo confronto sulle esperienze di gioco e sulla didattica.
Un aspetto molto vissuto dai genitori è quello della facilità e della difficoltà dei propri figli di vivere la scuola in un sereno concetto di benessere: affrontare lo sforzo sul piano cognitivo e operare relazioni sociali sono le problematiche maggiormente sentite dalle mamme.
In alcuni casi, infatti, i comportamenti dei propri figli tendono a far dedurre una disaffezione verso la scuola o almeno l’espressione di un disagio.
La lentezza dei bambini nel prepararsi al mattino per la scuola, la presenza di disturbi come il vomito e il classico mal di pancia sono gli indicatori rilevati a casa, mentre il pianto scolastico, l’estrema passività o l’aggressività vengono spesso comunicati dai docenti negli incontri con le famiglie.

Per contrapporsi al rifiuto della scuola, qualunque ne sia il motivo, i genitori possono fare molto imparando a comunicare con i propri figli.
Infatti, le difficoltà legate alla disciplina e allo studio vengono spesso vissute dall’alunno come una frustrazione e un senso di fallimento, soprattutto perché  associate a un crollo delle aspettative dei genitori e degli insegnanti.

Occorre lavorare da subito perché il bambino riconquisti la propria autostima.
A casa mamma e papà devono, col gioco e col dialogo, recuperare ampi spazi di comunicazione col proprio figlio in cui vengano espresse le esperienze scolastiche (conoscere i tempi di attività nei banchi, i momenti di esperienze nei laboratori, la scelta dei compagni di gioco, le difficoltà incontrate nelle relazioni e nei compiti in classe...). Questo è necessario per aiutare il piccolo a metabolizzare in una dimensione domestica l’esperienza scolastica e a comunicarne eventuali disagi.

Ancora oggi purtroppo lo scarso rendimento scolastico di un alunno viene tradotto come limitata capacità e come scarsa "buona volontà".


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  2007-11-08
Maria Rita Esposito

 



 


    
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