Inoltre, comincia a capire che non sempre il mondo può ruotargli intorno e che esistono situazioni per le quali lui, il suo ruolo, la sua persona non sono accettati incondizionatamente così come avviene nel “nido della propria casa”: deve necessariamente riuscire a trovare i suoi spazi se vuole condividere con gli altri in modo positivo l’esperienza che si trova a vivere e deve imparare a mettersi in discussione laddove si rende conto che lati del suo carattere non trovano il favore del gruppo.
Infine, dovendo contare maggiormente su se stesso, un bambino che parte da solo acquisisce una
maggiore fiducia in se stesso, diventa
più responsabile, coraggioso e intraprendente e sviluppa una
notevole pulsione verso la scoperta del mondo che lo circonda.
Certo, è indubbio che le difficoltà non mancheranno, che talvolta potrebbe soffrire di nostalgia per la sua casa, i suoi fratelli, la mamma e il papà… Ma vale la pena non precludergli questa grossa possibilità di crescita, permettendogli di vivere e, anzi, spingendolo a vivere un’esperienza che probabilmente ricorderà per molto tempo.
L’importante è che la decisione di mandare da solo il bambino in vacanza sia pianificata per tempo, che la struttura scelta sia in grado di rispondere a tutta una serie di parametri in grado di agevolare la permanenza del piccolo fuori casa, che il bambino sia “maturo psicologicamente” per spiccare il volo. A differenza, infatti, di quanto si potrebbe pensare, non esiste un’età in cui un bimbo possa o meno partire senza mamma e papà, esiste, piuttosto, un’età “psicologica”, come dicevamo poco sopra, che solo i genitori conoscono. Forzare il piccino ad affrontare una simile prova (perché di prova in ogni caso si tratta) sarebbe sbagliato e controproducente. Meglio evitare e aspettare se ci si rende conto che la cosa è vissuta dal bambino in modo eccessivamente conflittuale, come un allentamento da casa più che come una vacanza.