Dei… Bambini invisibili

Si intitola Bambini Invisibili e racconta la storia, scomoda, di una bimba rom. Senza retorica o falso buonismo. Ce ne parla l’autrice, Pina Varriale.

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di Alessia Altavilla

Rom è una parola molto antica che designa un popolo altrettanto antico, nomade per tradizione, che nel lontano XI secolo ha abbandonato la terra nella quale viveva – l’India Settentrionale - spingendosi verso l’Asia Minore prima e l’Europa poi. Come i Sinti, i Rom parlano la lingua romanì, un idioma di origine indoeuropeo che in Europa è parlato da 4,6milioni di persone, è riconosciuto come lingua minoritaria in Svezia e Finlandia, è lingua ufficiale in un distretto della Repubblica di Macedonia ed è lingua ufficiale in 79 comuni rurali e in alcune zone della Romania.
Ed è, inoltre, la lingua madre di quelli che in Italia chiamiamo zingari (o rom, confondendo, però, i rom con i rumeni con i quali, invece, non hanno spesso nulla a che vedere).


Sevla è una rom napoletana. É una bambina invisibile. Ed è la protagonista dell’ultimo romanzo di Pina Varriale edito da Piemme e già in vendita in tutte le librerie: Bambini invisibili, storia di una bimba rom.
Ecco l'intervista che ci ha rilasciato.

Come nasce l’idea di scrivere un romanzo sui rom?


Dall’osservazione della realtà e dalla volontà di andare oltre ai pregiudizi e al buonismo dilaganti. Bambini invisibili è nato nel momento in cui mi sono resa conto che dei ragazzini rom, quegli stessi bambini che vivono intorno a me giorno dopo giorno e che incrocio lungo la mia strada, non sapevo assolutamente nulla, non li conoscevo e, in un certo senso, non li vedevo.

 

Cosa significa essere rom oggi?
Nella nostra società i rom rappresentano il simbolo di tutto ciò che è male. La parola rom, infatti, che molti, erroneamente, pensano essere l’abbreviazione di rumeno, ha il più delle volte una connotazione negativa. I rom sono coloro che rubano, che entrano nelle nostre case, che infilano le mani nelle borse. Sono la personificazione di tutto ciò che ci dà fastidio e di cui abbiamo paura. Ovviamente, come ovunque, ci sono anche i rom che rubano, borseggiano… Ma in generale è l’intera etnia, di cui si sa, per altro, molto poco, ad avere una connotazione negativa che è all’origine della xenofobia.

 

Quindi i rom rubano…
Certo. Come rubano gli italiani, i francesi, gli inglesi… Come in tutte le cose, ci sono i “buoni” e i “cattivi”. Bisognerebbe aiutare i primi e punire gli altri.

 

Nel romanzo Sevla non riesce a comunicare con gli altri bambini, fatica a inserirsi. Perché?
Perché gli altri non la capiscono e, in qualche modo, la emarginano. Lei è diversa dai suoi compagni e, poiché il diverso fa paura, al diverso spesso si reagisce con l’emarginazione e l’allontanamento. Ma anche lei vede gli altri come diversi e anche lei se ne ritrae impaurita. Se, dunque, è vero che gli altri bambini inizialmente escludono Sevla, è vero anche che lei non fa nulla per farsi accettare. Il suo mondo e quello dei suoi coetanei sono distanti e volutamente separati sia da una parte che dall’altra.

Quindi, secondo lei, oggi come dovrebbe avvenire l’integrazione?
Attraverso il superamento della diffidenza reciproca. È la paura la vera molla che fa scattare la xenofobia, il bisogno di richiudersi a riccio nel proprio piccolo mondo conosciuto. Solo superando i propri timori (da una parte e dall’altra, sia ben inteso) e cercando di andare oltre i propri pregiudizi si può arrivare a un punto di incontro. E questo può avvenire solo attraverso la conoscenza, la frequentazione, la condivisione.

 

Cosa ne pensa dei CPT? Sono una soluzione?
No. Nei centri di accoglienza le persone vivono come animali, sono privati di ogni diritto, depauperati della loro umanità. Alcuni tra coloro che arrivano sono delinquenti. E sono qui per delinquere. Questi andrebbero ricacciati immediatamente nel loro paese. Altri, però, la maggioranza, sono persone oneste, che vogliono lavorare, che hanno bisogno di lavorare. E che, invece, trovano odio e paura. E questo è assurdo da parte di un popolo di emigranti quale noi siamo.

 

E di questo nuovo progetto delle classi ponte per i bambini che non parlano italiano…?
È terribile. È una ghettizzazione che non serve a nessuno. Non è separando che si crea integrazione. Quello che la gente non ha capito è che il mondo sta cambiando. Stiamo andando verso una società multietnica. I nostri figli devono imparare a condividere i loro spazi con bambini di altri Paesi, lingue, religioni. Questo è il futuro e questo è il futuro dell’Italia. E chi non lo capisce, non ha capito nulla di ciò che sta accadendo nel mondo. Ovviamente il tutto nel rispetto delle tradizioni e della cultura reciproca. Non sono d’accordo con chi chiede che vengano tolti i crocefissi dalle classi. Non è giusto e denota una mancanza di rispetto nei nostri confronti. Ma anche noi dobbiamo imparare a rispettare gli altri e l’altro.

 

Il libro è rivolto ai bambini o agli adulti?
Sia agli uni che agli altri. È scritto in un linguaggio chiaro, semplice, scorrevole. Adatto a un bambino. Ma il messaggio è forte ed è indirizzato, soprattutto, agli adulti. I bambini, per natura, sono tolleranti e aperti al diverso. Il problema sono i grandi, con le loro stratificazioni e i loro pregiudizi inamovibili.

 

Per concludere. Ha già in mente quale sarà l’argomento del suo prossimo libro? Dopo Ragazzi di Camorra e Bambini invisibili tratterà ancora un argomento sociale?
Sì. Mi piacerebbe scrivere qualcosa sui nuovi poveri e sui problemi che li affliggono. Mi piacerebbe parlare di usura, per esempio…

 

PER SAPERNE DI PIÙ:
Pina Varriale è nata a Napoli dove vive e lavora. Per anni è rimasta a strettissimo contatto con bambini e ragazzi sia come insegnante che come assistente sociale e animatrice di laboratori teatrali. Ha lavorato per la radio e la televisione, è stata giornalista, pittrice e traduttrice. La sua vera passione, però, è sempre stata la scrittura. Bambini invisibili è il suo secondo romanazo dopo Ragazzi di Camorra.

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