Obesità infantile: di chi è la colpa?

Obesità infantile: di chi è la colpa? E mentre si cercano i responsabili, in Inghilterra una mamma ha rischiato la custodia del figlio: 8 anni 91 kg.

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Si chiama Connor McKeown. Ha 8 anni. E vive con la sua mamma, la trentacinquenne Nicole McKeown, a Wallsend, una cittadina vicino a Newcastle, nel Nord dell'Inghilterra. Nei giorni scorsi, i due sono stati protagonisti di una vicenda abbastanza singolare: gli assistenti sociali, infatti, stavano valutando la possibilità di revocare alla donna la custodia del piccolo (si fa per dire!) perché giudicata non in grado di gestire l'alimentazione del figlio, possibilità poi scartata dalla Commissione di salvaguardia dell'infanzia che ha stabilito che il bimbo rimanesse con la madre, a patto che quest'ultima si impegnasse a salvaguardare e promuovere il benessere del ragazzo.
Il bambino, un 'paffutello' di 91 kg, ha rischiato, quindi, di essere affidato a un'altra famiglia non a causa di maltrattamenti fisici, violenze subite dai genitori, incuria da parte di questi ultimi, ma perché troppo grasso. Il suo peso, insomma, di tre volte superiore rispetto agli standard inglesi previsti per i bimbi della sua età, è stata valutato come un chiaro segnale di negligenza da parte della mamma, ritenuta responsabile della cattiva salute del bambino.


Nella vicenda è intervenuto anche il principe Carlo in occasione dell'avvio di una campagna di sensibilizzazione (la Diabetes Knowledge Action) per combattere il diabete negli Emirati Arabi. Il reale, infatti, ha suggerito agli scienziati e agli esperti presenti all'Imperial College London Diabetes Centre ad Abu Dhabi che una possibile soluzione potrebbe consistere nel mettere al bando la nota catena di fast food Mc Donald's, colpevole, secondo il principe, di promuovere tra giovani e giovanissimi, un'alimentazione sbagliata, grassa, priva dei nutrienti necessari per garantire un buono stato di salute.

Si cercano i colpevoli, insomma. Perché il problema dell'obesità infantile è divenuto un problema globale, che interessa tutte le società, al di qua e aldilà dell'Oceano, moderne, occidentali e opulente.
Perché i bambini di oggi sono grassi? Di chi è la colpa?

Premesso che non condividiamo né il comportamento degli assistenti sociali inglesi che volevano strappare Connor all'affetto e all'amore della sua mamma, né le parole del principe Carlo sulla possibilità di vietare Mc Donald, riteniamo che il problema sia serio e andrebbe affrontato con altrettanta serietà dalle Istituzioni per inculcare in modo chiaro e univoco nella popolazione l'idea che un'alimentazione corretta, sana ed equilibrata sia alla base di un buono stato di salute.
Da questo punto di vista, infatti, troppo poco si fa per una corretta informazione sia a casa che a scuola. I minori, poi, sono continuamente sottoposti al bombardamento mediatico di una pubblicità invadente sempre pronta a promuovere il consumo di merendine, snack, patatine, cioccolata…
Troppo poco, infine, si fa per promuovere l'attività fisica tra bambini e ragazzi che, spesso, conducono una vita sedentaria, in cui l'unico movimento che si concedono è lo spostamento delle dita sui canali del telecomando o sui tasti del mouse.

Chi sono, quindi, i responsabili? I genitori, certo, hanno la loro parte di colpa nel momento in cui infilano nei loro carrelli della spesa generi alimentari che andrebbero consumati con moderazione, talvolta nel tentativo di colmare le loro insicurezze e i loro sensi di colpa (è, per esempio il caso di quelle mamme e di quei papà assenti per lavoro) 'premiando' il piccolo con il suo cibo preferito.
Ma il problema è ancora più antico, più radicato: l'educazione alimentare di un bambino, infatti, dovrebbe iniziare già nel momento dello svezzamento quando è importante che mamma e papà lo educhino ad apprezzare i diversi sapori, guidandolo alla scoperta della varietà dei cibi (i neonati sono naturalmente attratti dal gusto dolce che ricorda loro il sapore del latte materno. Nonostante questo, è fondamentale abituarli sin da subito al salato, all'aspro e all'amaro in modo tale che imparino a distinguere e ad apprezzare tutti gli alimenti, senza distinzione).
Sempre ai genitori, infine, spetta il compito di insegnare ai loro figli ad avere una vita quanto meno sedentaria possibile, evitando che trascorrano le loro giornate (sabato e domenica compresi) davanti a tv e computer, abituandoli al movimento anche nella vita quotidiana (camminare, andare in bicicletta, fare le scale a piedi, giocare a pallone…).
Se le regole generali vengono impostate sin da subito e con determinazione, non occorreranno, poi, divieti e sbarramenti: a un bambino che conduce una vita sana, infatti, che mangia sempre in modo equilibrato a colazione, pranzo, cena e merenda, che svolge attività fisica, gioca, si muove…, un panino al fast food non farà certo male purché si tratti di un'eccezione, da concedersi ogni tanto in situazioni o momenti particolari.

Per quanto riguarda la scuola, sarebbe positivo se l'educazione alimentare diventasse parte integrante dei programmi ministeriali (anche attraverso la realizzazione di laboratori, feste a tema, ricerche di gruppo), se venisse dato più credito allo sport e all'educazione fisica come disciplina scolastica, se venissero organizzati incontri e seminari con i genitori per concordare insieme i parametri dell'educazione alimentare del bambino, finalizzati anche alla formazione delle famiglie in questo senso.
Alcune scuole in Italia già lo fanno, ma sono purtroppo la minoranza. Da questo punto di vista potrebbe risultare determinante il contributo delle Istituzioni con politiche di sostegno ai plessi che si impegnano affinché la salute alimentare degli alunni venga sempre posta in un piano di rilievo.

Per maggiori informazioni sull'argomento, potete leggere i consigli e i suggerimenti del dottor Giorgio Pitzalis sul sito www.giustopeso.it.
 

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