L'inserimento alla materna

 Ma sono proprio necessarie due settimane di inserimento per la materna? Ed è proprio il caso di problematizzare così tanto un qualcosa che, in realtà, per il bambino dovrebbe essere fonte di gioia? Ce ne parla Mamma Vera.


La notizia è recente e dice che i bamboccioni, ovvero quelli che, da adulti, vivono ancora con mamma e papà e non ne vogliono sapere di diventare indipendenti, si creano in età prescolare, e precisamente nel momento in cui si fa l'ingresso alla scuola materna.
Cosa porta a ritenere l'inserimento all'asilo responsabile di una problematica così complessa?
Semplicemente la parola stessa: inserimento, perché all'estero non sanno nemmeno cosa sia.


Per un bambino di tre anni deve essere una festa poter frequentare uno spazio dove la maggior parte degli utenti hanno la sua età, e dove la presenza di adulti è ridotta a due per classe.

Finalmente può confrontarsi con i suoi coetanei, instaurare le prime amicizie, ma anche le prime antipatie: tutte dinamiche che servono a formare il suo carattere e che, dunque, ne determineranno le scelte future.
Ma non sempre tutto avviene liscio come l'olio e il bambino piange, soffre all'idea di separarsi dai genitori, e allora gli è concesso di abitarsi lentamente, con un inserimento che avviene con il contagocce.
Mi ricordo i pianti di mio figlio, il suo sguardo terrorizzato quando, la prima volta, dopo avergli cambiato le scarpine ed accompagnato in classe, me ne sono andata, lasciandolo con le sue maestre e i suoi compagni.
Io però non piangevo, perché sapevo che stava cominciando una bellissima esperienza e che la sia disperazione sarebbe durata ben poco. E così è stato: il tempo di soffiare il naso e scoprire un gioco nuovo, e già si era dimenticato tutto.
Cosa significa questo? Che le capacità di adattamento dei bambini sono enormi, più delle nostre di adulti, e che prima si abituano ad una nuova realtà, meglio è. Ma non tutti la pensano così, e chi sta 'nella stanza dei bottoni' ha deciso che, più di un taglio netto, è da preferire un inserimento all'asilo che sia lento e lunghissimo, che mette in croce i genitori ma che, soprattutto, non agevola i bambini, come si vorrebbe invece pensare.
Un esempio lampante è mia figlia: me la ricordo, sorridente e fiera della sua sacchetta con il nome, mentre aspettava che suonasse la campanella che scandiva il suo primo giorno di asilo. E mi ricordo bene anche che, sulla soglia della classe, si è alzata in punta di piedi per darmi un bacio ed andare a giocare con i suoi nuovi amici.
Ma quel giorno era previsto che io rimanessi con lei e che giocassi con lei. E' stato bello prendere confidenza insieme a lei con quegli spazi nuovi, e vedere con i miei occhi l'ambiente che, per i tre anni successivi, sarebbe stato per lei come una seconda casa.
Peccato che, il giorno dopo, quando invece la mia presenza non era prevista, lei mi volesse accanto a sé. E allora, scenate e pianti al momento del distacco, perché, se il giorno prima si aspettava che me ne andassi, il giorno successivo non più e pensava che io potessi rimanere con lei ancora.
Perché, allora, non seguire quelle che sono le inclinazioni dei bambini e lasciarli liberi di scegliere se si sentono pronti? Perché non dire ad un genitore che se ne può andare, che suo figlio non ha bisogno di lui, che così facendo, ovvero tagliando il cordone che ancora esiste in modo netto, imparerà più in fretta a vivere la sua nuova realtà?
Ai posteri l'ardua sentenza.

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