E se è la mamma a rifiutare il nido?

Nell'idea comune, l’inserimento al nido rappresenta un momento difficile per il bambino che per la prima volta si vede sottratto all’ambiente familiare che lo coccola e protegge. Ma se fosse la mamma a soffrirne di più?

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di Alessia Altavilla

Certamente l’inserimento al nido rappresenta per il bambino un momento importante, non sempre vissuto con il sorriso sulle labbra. Per la prima volta, infatti, il piccolo, abituato a essere il centro del suo mondo e delle attenzioni della famiglia, si vede “gettato” in un ambiente estraneo, in mezzo a gente che non conosce, senza la possibilità di ottenere attenzione costante ed esclusiva.
Certo, un bel trauma per un piccoletto di pochi mesi, che a mala pena sa stare seduto. Che, probabilmente, ancora non si esprime chiaramente o non si esprime del tutto. Un bambinello senza difese e senza esperienza.


Eppure, e di questo se ne parla poco o quasi per niente, il più delle volte quello dell’inserimento al nido è un trauma più per le mamme che per i figli.
Per loro, infatti, si tratta semplicemente di abituarsi a una realtà diversa rispetto a quella esperita fino a quel momento. La curiosità, la voglia di scoperta e condivisione che li anima, li porta presto ad abbandonare quel senso di perdita e frustrazione. La conquista è totale e definitiva quando capiscono che la mamma non scompare per sempre. Ma puntuale, ogni giorno, torna piena d’amore e affetto per riportarli a casa.
Esistono studi e sistemi pedagogici ben collaudati per ottenere un buon inserimento da parte del bambino. E alla fine, tutto si risolve con qualche lacrima iniziale e una maggiore autonomia del piccolo subito dopo.

 
SOLITUDINE, PERDITA, PAURA

Tutt’altro discorso, invece, quando a soffrire l’inserimento blues è la mamma. Esatto. Proprio la mamma. Quella alla quale si chiede di essere forte, coraggiosa, di comportarsi nel modo giusto per non aumentare le ansie del bambino. Quella che fino a quel momento era stata la persona più felice del mondo. Con il suo piccolo attaccato al seno o in braccio, sempre insieme giorno e notte.
E a un certo punto, come una storia d’amore quando i due sono obbligati a dividersi, tutto questo viene meno.
La mamma si ritrova sola, abbandonata, piena di ansie e paure per la scelta che ha fatto. Forse si sente anche in colpa per aver deciso di affidare suo figlio a estranei piuttosto che prendersene cura lei, come la natura vorrebbe.
In tutto questo, l’aggravante: è difficile raccontare questa sofferenza. Le non mamme non la capiscono. Le mamme che l’hanno superata sorridono bonarie, elargiscono qualche pacca sulla spalla, sono lontane per poter essere davvero totalmente empatiche.
E così, quella che fino a 5 minuti prima era la donna più bella e felice della terra, si ritrova abbandonata e cade in uno stato di sconforto che sfiora la sofferenza e le solitudine vere.

 

 
PAROLE DI CONFORTO

Le mamme in fase di inserimento, nella maggior parte dei casi, sanno bene che le loro paure sono infondate, che i piccoli al nido stanno benone, che non c’è nulla di cui preoccuparsi. Spesso, il più delle volte, sono anche convinte della loro scelta. Sanno che per il bambino il fatto di frequentare altri bambini, prendere parte ad attività di gruppo non sempre fattibili in casa, di giocare per tutta la giornata, è un fatto positivo.
Il loro stato depressivo non ha nulla a che fare con motivi razionali. È qualcosa di più profondo. Più difficile da comprendere. Le parole di conforto razionali servono per strappano loro un sorriso di circostanza. Ma non è di questo che hanno bisogno. Quello che serve loro è la comprensione non razionale. L’affetto. La vicinanza delle persone cui vogliono bene.
Si tratta di donne che hanno vissuto la maternità in modo pieno e totalizzante. Vivendo in simbiosi con il loro bambino per tutto il periodo della gravidanza e del puerperio.
Non è strano che il distacco possa rappresentare una fonte di stress psicologico.

 

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