Tra pianto e sorrisi come comunicano i neonati

Cosa significa, come sosteneva Winnicott che un neonato può sopravvivere solo in relazione a qualcuno che lo faccia sentire parte di una relazione, pronto ad accoglierlo e dare rifugio al suo primo grido? Ce ne parla l'Associazione Pollicino.

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di Associazione Pollicino

La prima modalità con la quale il neonato annuncia il suo ingresso nel mondo corrisponde al primo vagito, il primo pianto; un pianto che spesso dà sollievo alla mamma che pensa: “è vivo, piange, sta bene”. Questo primo pianto del bambino, in realtà, è un pianto di dolore: il piccolino per la prima volta respira l’aria, e questo per lui è qualcosa sia di nuovo che di fastidioso perché va ad asciugare le mucose della bocca e ad aprire i polmoni.
Ciò che il neonato prova è, quindi, una sensazione sgradevole di dolore e di bruciore che esibisce piangendo, ma che poi si placa con l’abbraccio materno. Sigmund Freud fa coincidere il termine “pianto” con “urlo” e, il piccolino, urlando è come se dicesse: “perché mi avete strappato dal grembo materno nel quale stavo così bene?”.


Il neonato, infatti, nel calore del grembo materno era appagato in tutti i suoi bisogni. Con l’entrata nel mondo, il bambino abbandona tale condizione e il suo pianto è da una parte conseguenza di una situazione dolorosa, dall'altra conseguenza della separazione dalla propria mamma.

Il neonato potrebbe essere definito come “colui che non parla”: utilizza, al posto della parola, il pianto e il suo primo urlo. Nel momento, però, in cui appare la mamma che, con la sua presenza, tranquillizza le inquietudini del piccolino, la sua angoscia, la sua paura e il suo pianto si placano.

Nonostante spesso il pianto, insieme al sorriso, siano stati considerati semplici versetti privi di significato, essi sono fondamentali nello sviluppo infantile.
Il pianto viene di solito collegato a cose di tipo spiacevole, mentre il sorriso a cose piacevoli; questi comportamenti sono, in realtà, fondamentali in quanto proprio a partire da questi il bambino riceve informazioni sulla realtà esterna.
E’ importante, dunque, che colui che si prende cura del piccolo sia in grado di regolare gli input e gli stimoli in base allo stato e alle richieste del bambino, ed è proprio attraverso il pianto e il sorriso che il piccolo comunica alla mamma i propri bisogni.

La difficoltà a cui le mamme possono andare incontro riguarda proprio la capacità di leggere adeguatamente questi segnali, quindi capire e interpretare correttamente il pianto e il sorriso del loro bebè.
Durante i primi mesi di vita, il sorriso è associato a una situazione-stimolo molto specifica: nel periodo neonatale, infatti, il sorriso si manifesta in risposta a stimoli di intensità media ed elevata: il bambino sorride, per esempio, di fronte al suono di un campanello, a una carezza o alla voce umana.
Successivamente, a partire dalla quarta o quinta settimana, il sorriso si manifesta solo in risposta al volto umano; dal quarto mese invece il bambino sorriderà solo di fronte a quello materno, infine a partire dall’anno d’età il piccolo sorriderà anche agli estranei.
Il sorriso è una forma di comunicazione molto presente nella relazione mamma-bambino e quello che la mamma spesso fa di fronte al sorriso del suo piccolo è sorridere a sua volta, parlargli affettuosamente e abbracciarlo. Il bambino, sorridendo, comunica qualcosa alla sua mamma rispetto al suo desiderio di essere amato, guardato e accudito. Il neonato, dunque, utilizza il pianto e il sorriso, al posto della parola, come strumenti importanti per manifestare i propri bisogni e desideri. Come sosteneva Winnicott, grande pediatra e psicoanalista, il neonato non può sopravvivere da solo, ma può esistere solo in relazione a qualcuno che lo faccia sentire parte di una relazione, disponibile ad accoglierlo, proteggerlo e dare rifugio al suo primo grido.

Per maggiori informazioni:
Associazione Pollicino e Centro Crisi Genitori Onlus
Via Amedeo d'Aosta 6 - Milano
info@pollicinoonlus.it
www.pollicinoonlus.it
Numero Verde: 800.644.622



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