Dove la magia non manca

Leonardo Carrassi, in arte Mago Leo, ci racconta la sua esperienza presso una comunità rurale della Thailandia. Come animatore-mago... in una festa davvero magica.

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di Leonardo Carrassi



In qualche luogo del mondo mancherà tutto il resto, ma di magia c’è chi forse è più esperto di noi. Parlo dei cosiddetti paesi in via di sviluppo nei quali l’arte del sorridere sembra sia l’attitudine più sviluppata. Noi illusionisti ricerchiamo la meraviglia, un modo per esorcizzare una realtà a volte stucchevole, la noia o la banalità. La ricerca dell’improbabile ci permette di aprire un varco tra realtà e sogno, nella dimensione in cui l’emozione non deve dare spiegazione a se stessa, ma è pura e semplice poiché esiste senza una soluzione. Questa è magia.
Da sempre il miglior pubblico sa godersi quanto definito pocanzi, non cerca di spiegarsi il perché dei fenomeni, e spesso nei più semplici contesti e lontano dai teatri la magia sa mantenere la sua integrità, nel fascino e nel mistero.

Mi innamorai dell’Africa dieci anni or sono, e successivamente di tutti bambini che abitano terre dimenticate tra l’Asia e le Americhe, dove poco ci si aspetta dalla vita. I nostri pargoli sono anticipati dall’inquietudine, dalla stessa ansia di possesso e interesse a cui siamo sottoposti noi adulti giorno per giorno. Più ci si aspetta dalla vita più aumentano le frustrazioni e la paura di non stare al passo, possedere cose e ottenere riconoscimenti. Automaticamente viviamo per tagliare traguardi, e la vita ci passa davanti così in fretta che guardiamo tutto il resto con la coda dell’occhio.
Tuttavia esistono ancora luoghi dove la vita cammina a rilento e le ambizioni hanno minor peso. In quei luoghi la mattina si sorride al sole e alla gente, e i bambini rimangono bambini a lungo, pur essendo svezzati in fretta, pur conoscendo la fatica precocemente. Nelle difficoltà tuttavia è lampante l’altro lato della medaglia, una felicità incondizionata di cui pochi occidentali fanno tesoro. E con la mente libera dal cancro dell’inquietudine si apprezzano le cose più semplici.
In alcuni luoghi il sogno, la magia e l’impossibile non sono solo ricreazioni, ma vere e proprie chimere.

Mi trovavo nel sud est asiatico un paio di anni fa, precisamente a ridosso di una comunità indigena a largo della Thailandia. Viaggiavo solo, con pochi vestiti e qualche attrezzo magico. Come da rituale decisi di esibirmi gratuitamente in una scuola (questo è ciò che tento di fare in ogni paese in cui metto piede per la prima volta, e quell’anno avrei fatto lo stesso nell’ospedale di Emergency in Cambogia e in un istituto dell’infanzia in Vietnam). La gente del posto mi convince ad abbandonare l’idea della scuola e parlandomi dei Chao Leh, letteralmente zingari di mare, un popolo di gente pacifica che vive di pesca, tanto fuori dal mondo che qualcuno di loro non sa neanche la propria età. Ma in alcuni paesi non è sempre facile presentarsi come prestigiatori, tanto che nei luoghi e nei modi sbagliati ci si prende in fretta l’appellativo di stregone, e si finisce per spiegare alla gente che non si ha il potere di guarire nessuno.
Un ragazzo occidentale che vive là da anni si offerse, quindi, di farmi da intermediario e l’idea di uno spettacolo suscitò subito interesse tra i Chao Leh, soprattutto non appena accompagnai la proposta verbale a una breve dimostrazione. L’organizzazione semplice e spartana prevedeva però un rituale: avrei dovuto esibirmi in segno di ringraziamento, davanti ad un enorme albero sacro, il rifugio di ogni antenato Chao Leh.
L’idea mi riempiva di un senso mistico enorme, omaggiato dalla possibilità di presentare un piccolo show senza pretese in un piccolo tratto di foresta, probabilmente nel luogo culturalmente più sentito dell’isola. La pianta era mastodontica e prima di cominciare a sistemare le mie poche cose, il villaggio cominciò a radunarvisi intorno. Una donna mi indicò il punto in cui avrei dovuto esibirmi e si congedò con un sorriso. Rimasi sorpreso dall’educazione della gente. Gli adulti trovarono quasi tutti qualcosa su cui sedersi, mentre i bambini presero posto per terra davanti a me, senza che nessuno desse loro alcuna istruzione. Il silenzio durante l’allestimento del set up mi imbarazzava, sembrava che lo spettacolo fosse iniziato ormai da parecchio ma che l’attrattiva fosse piuttosto uno strano individuo mai visto prima, qualcuno che sembrava venisse da un altro pianeta. Qualche bimbo tra i più piccoli si nascondeva dietro grosse gambe materne studiandomi con attenzione. Feci le cose con calma per rimandare al più tardi l’esordio e pensare al modo migliore di presentarmi. L’inglese era parlato solo da pochi ragazzi freschi di scuola, e probabilmente da qualche pescatore che aveva a che fare col continente. Ogni tentativo verbale non avrebbe quindi colpito nel segno. In un modo o nell’altro dovetti rompere il ghiaccio. Ormai pronto per cominciare, guardai il pubblico con gli occhi sbarrati per qualche secondo, fermo e immobile. Cercai il giusto tempo per esordire con una smorfia che lasciasse tutti sorpresi, esattamente quell’istante in cui un’espressione inaspettata crea nel silenzio un momento comico, mentre nelle risate un sospiro di sollievo apre le danze. Trovai proprio questo, e capii che quella gente non aspettava altro che divertirsi . Non dovetti far molto per colpire, e timide risate si trasformarono presto in risate fragorose e applausi. E’ inutile dire quanto quella gente fosse piacevolmente intrattenuta, ma ciò che in realtà mi spinge a raccontare quest’esperienza fu il desiderio successivo di contatto da parte di ognuno di loro. Nei giorni a seguire sentii parlare di pirati e mostri marini, dell’orgoglio del loro mare, delle loro foreste, e di tutte le storie fantastiche che probabilmente si raccontavano da generazioni, nel meraviglioso contesto di un luogo ancora straordinariamente magico.

Se volete conoscere meglio Mago Leo e contattarlo consultate il sito www.magoleo.com

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