Prime nozioni di educazione alimentare

L'educazione alimentare deve iniziare già nel periodo dello svezzamento, quando si cominciano a gettare le basi per quello che sarà il successivo rapporto del bambino con il cibo.

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di Manuela Magri

Troppo grassi o troppo magri, annoiati davanti a un piatto fumante o famelici, monotematici nella scelta degli alimenti o curiosi di assaggiare qualunque cosa… Qualunque sia l'atteggiamento che i piccoli manifestano nei confronti del cibo, due sono le cose certe: che sempre più l'alimentazione costituisce un problema per i bambini moderni e che le basi per quello che sarà il loro rapporto con la tavola vanno gettate precocemente, già nei mesi dello svezzamento.
Eh sì! Perché l'educazione alimentare dei bimbi non può essere rimandata agli anni della scuola, ma deve cominciare sin dai primi anni di vita quando al piccolo vanno insegnate quelle regole dietetiche (dove per dieta non si intende privazione, rinuncia, fame, ma regime alimentare equilibrato e sano) che lo accompagneranno per tutta la vita.


I mesi dello svezzamento, infatti, sono quelli più critici della relazione tra mamma e bambino. Il cibo diventa un mezzo di negoziazione tra i due: da una parte il piccino che deve abituarsi a nuovi sapori e a nuove consistenze, dall'altra la mamma che deve imparare a conoscere i gusti del figlio e a rispettare la sua iniziativa e le sue scelte (alimentari) guidandole. Imposizioni e drammi in questa fase potrebbero compromettere un rapporto (quello, appunto, tra il bimbo e la tavola) che già di per sé ondeggia su una lama di rasoio.
Prudenza, dunque, nervi saldi e tanta, tanta pazienza anche di fronte a un bimbo che davanti al piattino con la pappa serra la bocca e non vuole saperne di aprirla, o che divora alcuni cibi e ne rifiuta categoricamente altri.

Innanzitutto, alcune cose da sapere:


 
  • Già il feto, nell'utero materno, percepisce le variazioni di 'sapore' del liquido amniotico che cambiano a seconda di quello che mangia la mamma (è bene, perciò, durante la gravidanza avere un'alimentazione quanto più ricca e completa possibile affinché anche il bimbo possa trarne giovamento!)
  • I bambini, durante lo svezzamento, sono naturalmente attratti dal dolce non solo perché è il sapore centrale del latte, ma anche perché gli zuccheri sono la fonte primaria di energia e come tali istintivamente ricercati. L'amaro, al contrario, viene rifiutato perché inconsciamente associato ai veleni e alle sostanze tossiche (evitare, perciò, nei primi mesi di vita del piccolo di assecondare questa tendenza inzuppando il ciuccio nel miele, aggiungendo cucchiaini e cucchiani di zucchero al latte, rimpinzando il bebè di camomille e bevande dolciastre!).
  • È nei mesi successivi allo svezzamento che i bambini cominciano a distinguere il dolce dal salato. È consigliabile, quindi, in questo periodo abituarli a sapori non troppo netti: né troppo dolce, né troppo salato (abitudine che, poi, sarà bene mantenere anche in futuro).
  • Olfatto, vista e tatto incidono sull'impatto che il bimbo ha con il cibo e sul suo rapporto con esso. Lasciarlo, perciò, maneggiare gli alimenti sin da piccino (addirittura già nella fase delle pappe durante la quale la scoperta del mondo avviene anche impiastricciandosi mani, faccia e vestiti con minestrine, pastine, mela cotta, formaggini…), cucinare tenendo conto di quella che sarà la resa visiva del piatto (un pisellino verde accanto a un pezzetto di carota arancione tra due ravanelli rossi, per esempio) è di fondamentale importanza, sia quando il bambino è ancora piccolo (durante lo svezzamento, appunto) sia negli anni successivi, all'asilo e a scuola. Questa cosa è talmente tanto vera che negli ultimi anni sono sorti una gran quantità di laboratori di cucina per bambini il cui scopo non è quello di insegnare loro a cucinare, ma di metterli nelle condizioni di 'tastare' gli alimenti sotto tutti i punti di vista, imparando a conoscerli attraverso tutti i sensi.
  • I bimbi, in particolare quelli molto piccoli, non mangiano mai per gola, ma solo per fame. L'idea, quindi, che debbano assolutamente finire quello che hanno nel piatto è assolutamente sbagliata e da debellare. Ciò che bisognerebbe, invece, fare è insegnare ai piccoli ad assecondare il loro senso (innato) di sazietà e appetito, senza costringerli e senza privarli del cibo. In questo modo li si educherà a un corretto rapporto con la tavola.

     

    Si parla tanto di obesità infantile o anoressia adolescenziale… Quello di cui bisogna rendersi conto è che spesso questo tipo di problemi sorgono perché il rapporto con il cibo non è stato costruito correttamente durante i primi anni di vita del piccolo, il cibo si è trasformato in una valvola di sfogo, uno strumento contro la noia o un mezzo di ricatto per attirare l'attenzione.
    Per quanto riguarda i bambini grassi è bene sapere che nella maggior parte dei casi lo sono perché mangiano male, non perché mangiano troppo: troppi grassi, una vita eccessivamente sedentaria, una colazione fatta male e incompleta, una giornata costellata da bibite e pasticci (pasticci che non sono neppure più associati all'idea di mangiare, ma a qualcosa d'altro: la televisione, il computer, l'intervallo a scuola…), poche fibre.
    Non è il piatto di pasta in più quando si ha fame che fa ingrassare, è la porzione di frutta in meno che causa i chili di troppo!


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