Studi sul linguaggio infantile

Uno studio americano ha analizzato i meccanismi di apprendimento del linguaggio nei bambini tra i 18 e i 36 mesi, scoprendo che le pause tra una parola e l’altra sono fondamentali per imparare a parlare.

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Uno studio americano condotto dall’Università di Rochester ha tentato di fare chiarezza sui meccanismi di apprendimento del linguaggio da parte di bambini con un’età compresa tra i 18 e i 36 mesi per cercare di comprendere in che modo questo si sviluppi e come il comportamento dei genitori possa condizionare o meno l’attenzione del bimbo verso parole nuove.
La ricerca si incunea nel dibattito, ancora aperto, sul linguaggio, su come questo si sviluppi, sul ruolo assunto da fattori esterni (genitori, nonni, televisione…) ripetto alla conquista della parola.
La teoria più accreditata, infatti, e la più nota, che vede in Chomsky il principale sostenitore, vuole che il linguaggio sia una facoltà innata dell’uomo e che il modello esterno influenzerebbe poco o niente il suo sviluppo.


Lo studio americano, invece, mette in luce l’esatto contrario, affermando che il bambino è fortemente condizionato nell’apprendimento dagli input che gli arrivano da fuori e che l’ascolto degli altri sia fondamentale per imparare, a propria volta, a parlare.

 


QUANDO LA PAUSA AGUZZA L’ATTENZIONE

I bambini molto piccoli vivono immersi in un mondo di parole e di discorsi spesso imperfetti, intervallati da pause, accompagnati da espressioni fisiche e facciali. In particolar modo le pause, quelle esitazioni che ciascuno di noi mette in atto parlando quando cerca la parola giusta o trasforma il concetto pensato in parola espressa, sono fondamentali per aguzzare l’attenzione del bambino e prepararlo all’introduzione di un nuovo vocabolo.
Questa è la tesi affermata dallo studio americano secondo cui più previsioni è in grado di fare chi ascolta su ciò che sta per essere comunicato, maggiore sarà il suo livello di comprensione rispetto alla comunicazione stessa.
Così, i bambini sono in un certo senso messi all’erta dalla pausa del genitore, quasi che quella pausa significasse: attento! Sto per dirti una parola nuova.

Per arrivare a questa formulazione, i ricercatori statunitensi hanno osservato il comportamento dei bambini fatti sedere di fronte a uno schermo (dotato di un meccanismo in grado di seguire il movimento degli occhi dei piccoli) su cui venivano proiettate due immagini, di cui una nota con un nome familiare e l’altra di fantasia associata a un nome inventato.
Durante l’esperimento, una voce fuori campa descriveva gli oggetti proiettati in modo fluido e continuo. Quando, però, si interrompeva, il 70% dei bambini era portato a guardare verso l’oggetto sconosciuto, ponendo l’attenzione sulla cosa (parola) nuova.
Questo meccanismo è risultato ancora più evidente con i bimbi più grandi, intorno ai 2 anni. Quelli già in possesso di un buon bagaglio di parole e in grado di mettere insieme frasi rudimentali di senso compiuto.

 

 
LINGUAGGIO: QUESTO SCONOSCIUTO

È un dato di fatto, comunque, che i bambini che sin da piccolissimi, già dai primi mesi, vengono avvicinati alla parola (attraverso la lettura di fiabe, le spiegazioni fornite dai genitori e parenti rispetto alle cose della vita quotidiana…) sono naturalmente più predisposti all’apprendimento del linguaggio.
Parlare, dunque, ai bimbi utilizzando un vocabolario adeguato e quanto più diversificato possibile è fondamentale per favorire in loro l’apprendimento del linguaggio e ampliare il loro bagaglio linguistico.

 

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